La recente firma del trattato costitutivo dell’Unione Eurasiatica tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan ad Astana, capitale di quest’ultimo paese, ha fatto capire agli osservatori più attenti le potenzialità  che si nascondono dietro il nome del Kazakhstan. La portata dell’accordo si può intuire solo citando il fatto che i tre paesi fondatori possiedono riserve energetiche pari a 1/5 di quelle globali di gas e al 15% di quelle petrolifere. Ma in Italia i mass media hanno regalato al paese guidato da Nursultan Nazarbayev un quarto d’ora di celebrità solo in occasione del noto caso-Ablyazov, esibendosi nel classico repertorio di retorica “dirittoumanista” e ignoranza della materia in questione.

Per descrivere appieno le caratteristiche del Kazakhstan bisogna partire dalle origini, cioè dall’indipendenza ottenuta nei primi anni ’90 dopo il crollo dell’URSS. Il patrimonio energetico e culturale, rimasto soffocato dalle politiche autoritarie di Mosca, è riuscito ad gradualmente ad emergere facendo registrare anno dopo anno uno sviluppo economico degno di nota. La strategia del presidente Nazarbaev, ex funzionario sovietico di primo piano al potere da 24 anni ininterrotti (tra le proteste dei paesi occidentali), ha saputo dare i suoi  frutti soprattutto grazie a un’attenta gestione delle innumerevoli peculiarità che connotano la realtà kazaka. 130 diversi gruppi etnici e 40 confessioni religiose hanno trovato spazio (perlomeno in larga parte) sotto l’ambizioso progetto della creazione di un’identità inclusiva, civile e laica, base fondamentale per la collaborazione e la convivenza pacifica sotto il segno della nazione. Pensiamo, ad esempio, che qui si trova l’unico seminario cattolico dell’Asia centrale. Un caso ben diverso rispetto a ciò che è avvenuto in molte realtà dello spazio post-sovietico (come ex Jugoslavia o Ucraina) in cui hanno dominato lotte interne e aspre politiche nazionaliste. Kazakhstan quindi come esempio di “Unità nella diversità”, come recita il titolo di un recente saggio dedicato a questo paese, curato da Dario Citati e Alessandro Lundini, in grado di evidenziare con intelligenza luci e ombre della rinascita kazaka. Un titolo che riprende lo slogan dell’Unione Europea, la quale però non è riuscita a mettere in pratica le intenzioni iniziali. La crisi in cui siamo immersi e le discordanti politiche tra paesi membri ce lo ricordano ogni giorno.

Gas e petrolio costituiscono e restano saldamente i punti di forza del Kazakhstan, e nella recente visita di Renzi ad Astana proprio l’elemento energia l’ha fatta da padrone. Alla presenza dell’ad di Eni Claudio Descalzi e dell’ad di Finmeccanica Mauro Moretti, sono stati firmati due importanti accordi da Eni e da Iveco: un passaggio significativo per l’Italia. Il progetto di Nazarbaev è quello di promuovere sempre più lo sviluppo di nuovi settori (quale quello tecnologico) grazie ai proventi derivanti dalle risorse energetiche, per tentare di raggiungere gli audaci obiettivi stabiliti nella “Strategia Kazakhstan 2050”, proclamata in un “documento –  messaggio al popolo” due anni fa, che ricorda quanto pianificazione e lungimiranza siano centrali nelle sorti di uno Stato.

Un’ulteriore funzione del Kazakhstan dall’ottica italiana può essere senza dubbio quella di ponte tra due culture, tra Oriente e Occidente, al di là di ogni facile retorica. Nazarbaev, infatti, pur promuovendo l’apertura verso l’Europa, non ha mai abbandonato i tradizionali legami con la Russia.  Paese con il quale condivide il confine ininterrotto più lungo del mondo. L’accorta politica sul piano linguistico testimonia efficacemente: «non si può ignorare il fatto che proprio grazie alla lingua russa per alcuni secoli i kazaki hanno acquisito conoscenze, ampliato il proprio sapere e la comunicazione sia all’interno del paese sia al di fuori», si legge nella “Strategia 2050”. Un ponte di cui oggi più che mai, con il progetto South Stream quasi affondato, il nostro paese ha bisogno per una politica indipendente e sganciata dai desiderata di Washington.