Il 12 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato la prima parte del Job Act. Per far fronte ad una disoccupazione mai così alta dal 1977, il Presidente del Consiglio ha illustrato, in data 8 gennaio, questo piano di riforma del lavoro volto a rilanciare l’impiego e l’occupazione in un Paese che conta quasi 4 milioni di abitanti senza un lavoro retribuito, in gran parta giovani tra i 18 e i 24 anni.

Per il 2014 previsti solo peggioramenti. E quando non esiste una soluzione o, come nel nostro caso, quando questa non è compatibile con il volere dell’unione monetaria, il problema da risolvere diventa la soluzione stessa del problema. Così il lavoro precario, carnefice del posto fisso e della divisione dei ruoli nella società, da fenomeno negativo quale veniva considerato, viene istituzionalizzato. Non possiamo fare nulla? Facciamocelo piacere. Anzi, è perfetto. Il mondo è cambiato, dimentichiamo bottega e bottegai, artigiani e professori, medici e calzolai. La parola d’ordine è viaggiare, cambiare, imparare, essere flessibile, adattarsi al mondo del lavoro, entrare ed uscire.

Accettare che il futuro dei nostri figli dipende dall’umore di un datore di lavoro, dall’esito di una prestazione, dall’andamento delle linee della Finanza, dal bene superiore dell’azienda che assume. Accettare, in fondo, che l’uomo, cioè il lavoratore, è una merce tanto quanto il prodotto del suo lavoro. Prima il profitto, poi il produttore. Prima il lavoro, poi il lavoratore. Prima le esigenze del mercato, poi l’essere l’umano, che dovrebbe essere non solo il protagonista del mercato, ma anche causa e fine di esso. E’ ciò che comporteranno i vari Job Act che gli Stati-sudditi dell’Unione approveranno, o hanno già approvato, nei prossimi mesi. Il nostro Job Act prevede, tra le altre cose, un innalzamento da 12 a 36 mesi della durata dei contratti a tempo determinato senza causale, cioè quelli per cui non è obbligatorio specificare il motivo dell’assunzione. Secondo questi signori, contratti a tempo determinato più duraturi producono un aumento delle assunzioni e dell’occupazione.

Nel breve tempo, forse. Ma alla lunga queste riforme non faranno altro che rendere meno anomalo agli occhi di tutti questo nuovo equilibrio lavoro-lavoratore, e garantiranno a queste nuove leggi di mercato un effettivo radicamento all’interno della società e nell’immaginario collettivo. Perché tutto questo? Perché l’UE lo vuole, perché i “nuovi capitalisti” lo vogliono, perché c’è bisogno di una classe di lavoratori sempre più deboli e sempre più indifesi. Chi si vuole colpire? Come al solito, la famiglia, ultimo tramite tra individuo e società.