La polizia francese ha arrestato lo scorso venerdì 30 maggio il presunto attentatore di Bruxelles, si tratta di Mehdi Nemmouche, 29 anni, cittadino francese di origini algerine rientrato da poco dalla jihad in Siria. Secondo la ricostruzione, l’attentatore si è presentato lo scorso 24 maggio davanti al museo ebraico della capitale belga con cappellino in testa e una borsa per mano.

Ha tranquillamente tirato fuori un fucile da assalto Kalashnikov ak-47 e ha aperto il fuoco  verso l’interno dell’edificio, con un’inquietante sistematicità e accuratezza, uccidendo tre persone sul colpo: una cittadina francese e due cittadini israeliani, Emmanuel e Mira Riva, entrambi dipendenti del governo israeliano e secondo alcune fonti, legati all’intelligence, tant’è che gli stessi analisti di Tel Aviv hanno subito pensato a un regolamento di conti tra servizi segreti israeliani e iraniani. Venerdì 6 giugno è poi deceduta una quarta vittima, ferita gravemente durante la sparatoria, si tratta di un cittadino belga di 25 anni, impiegato del museo. Le modalità dell’attacco sono particolarmente interessanti: la precisione del killer, la totale calma nell’esecuzione; dopo aver colpito si è tranquillamente allontanato dall’area per risalire sulla sua auto, parcheggiata in doppia fila davanti al museo e facendo perdere le proprie tracce per diversi giorni.

Le modalità dell’arresto sono però ancor più sconcertanti; Nemmouche è infatti stato arrestato alla stazione Saint-Charles di Marsiglia, durante un controllo anti-droga, mentre scendeva da un autobus in arrivo da Amsterdam, che aveva fatto tappa a Bruxelles. Nella borsa la polizia ha trovato un fucile Kalashnikov ak-47, una pistola, un lenzuolo con la scritta dello Stato Islamico di Iraq e il Levante (Isil, noto gruppo jihadista presente in Iraq e Siria) e una videocamera con un filmato di 40 secondi dove si vedono le due armi e si sente una voce maschile che rivendica l’attentato e si rammarica di non essere riuscito a riprendere tutta la scena dell’assalto. Sono state immediatamente disposte analisi balistiche sulle armi che il ventinovenne aveva con sé al momento dell’arresto.

Insomma un gran colpo di fortuna per la polizia francese che si è trovata tra le mani il presunto attentatore che, in più, aveva con se il “kit del perfetto terrorista”.

Il profilo di Mehdi Nemmouche

Ma chi è veramente Mehdi Nemmouche? Ventinovenne, originario di Roubaix, una cittadina di 96 mila abitanti nella regione del Nord-Passo di Calais. Un’infanzia difficile, Mehdi entra ed esce dal carcere diverse volte; secondo quanto dichiarato al Figaro da Francois Molins, Procuratore della Repubblica di Parigi, dal 2001 il ragazzo viene arrestato ben cinque volte.

Secondo gli inquirenti, la radicalizzazione di Mehdi sarebbe avvenuta dietro le sbarre e precisamente tra il 2007 e il 2011, quando sarebbe entrato in contatto con un gruppo di detenuti islamisti radicali. Il ragazzo era anche stato segnalato, per tale motivo, all’amministrazione del carcere di Salon de Provence.

Lo strano itinerario

Nemmouche era seguito dai servizi segreti francesi ed era anche schedato nel Sistema di informazione Schengen (Sis). Liberato il 4 dicembre 2012, si reca a salutare la sua famiglia a Roubaix, poi in Belgio, Gran Bretagna e da lì in Libano e Turchia, per poi entrare in Siria dove ci resta poco più di un anno, presumibilmente a combattere a fianco dei jihadisti.

Rientra in Europa nel marzo 2014, dopo uno strano itinerario che lo porta prima a Istanbul, poi a Singapore, Malaysia e attraverso l’Asia per poi essere segnalato all’aeroporto di Francoforte il 18 marzo 2014. Cosa succede dopo non si sa; vive di espedienti? Forse i servizi di sicurezza francesi lo perdono di vista, come sottolineato dal Figaro?

Secondo gli inquirenti sarebbe proprio lui che il 24 maggio si è presentato davanti al museo ebraico ed ha aperto il fuoco. Nemmouche intanto è in un carcere francese, non parla e ha rifiutato l’estradizione in Belgio, chiedendo di essere processato in Francia. Sorge spontaneo chiedersi per quale motivo il presunto attentatore avesse ancora con se tutto l’armamentario dell’attacco al museo ebraico; secondo alcuni analisti l’ipotesi più plausibile è che stesse meditando altri attentati, questa volta su suolo francese.

Roubaix e i suoi jihadisti: la banda del 1996

Roubaix, una cittadina di 98 mila abitanti nella regione del Nord-Passo di Calais, non è nuova a vicende di jihadismo. Nel 1996 un gruppo di ex mujahideen che avevano combattuto in Afghanistan e Bosnia, noto anche come “la banda di Roubaix”, mise a ferro e fuoco il nord della Francia.

Tra i membri della banda c’erano, Cristophe Caze, un convertito francese radicalizzatosi in Bosnia durante la guerra;  Ahmed Ressam e Abdallah Ouzghar, entrambi fuggiti dalla Francia verso il Canada e successivamente legati a una nota cellula jihadista a Montreal; Fateh Kamel, ex jihadista in Afghanistan, fuggito a Khartoum nel 1996 in seguito allo smantellamento della banda di Roubaix, divenne elemento di contatto tra al-Qaeda e il Gia algerino. Il 27 gennaio 1996 alcuni membri della banda rubarono un’auto ed ebbero uno scontro a fuoco con la polizia. Il successivo 8 febbraio spararono nuovamente contro le forze dell’ordine in seguito a una rapina in un supermercato.

Il 25 marzo tentarono di assaltare un furgone portavalori, spararono contro l’autista, ferendolo, ma non riuscirono a impossessarsi del bottino. Il 28 marzo il gruppo parcheggiò una Peugeot 205 con quattro bombole di gas e un detonatore nei pressi di una stazione di polizia a Lille. Fortunatamente l’ordigno non ebbe la potenza sperata dagli attentatori e nell’esplosione venne distrutta soltanto l’auto. Il 29 marzo la polizia francese individuò il nascondiglio della banda, a Roubaix e  intervennero le forze speciali; ci fu uno scontro a fuoco che durò diversi minuti e nel quale quattro membri del gruppo all’interno dell’abitazione vennero uccisi. Altri appartenenti al gruppo riuscirono a scappare, mentre Cristophe Caze venne ucciso poche ora dopo dalla polizia belga.

Il caso Merah

Un ulteriore caso francese che vale la pena ricordare è quello di Mohammed Merah, il ventitreenne franco-algerino identificato come l’autore degli attentati del marzo 2012 a Tolosa e Montauban, che portarono alla morte tra l’11 e il 15 marzo 2012 di tre militari francesi. Il 19 marzo Merah prese invece di mira la scuola ebraica Ozar Hatorah, uccidendo tre bambini e un professore.

Merah venne individuato e ucciso il 21 marzo dalle forze speciali francesi, dopo un conflitto a fuoco in un’abitazione della periferia di Tolosa. Nell’autovettura di uno dei suoi fratelli vennero trovate armi ed esplosivi. Mohammed Merah, proveniente da un quartiere degradato di Tolosa e con infanzia difficile, da ragazzo venne arrestato diverse volte per reati minori. Trascorse due mesi in prigione nel 2005, 18 mesi tra il 2007 e il 2008 e infine nel 2009. Secondo i suoi amici non andava mai in moschea ed era conosciuto dalle autorità francesi per aver viaggiato in Afghanistan e Pakistan.

Secondo alcune stime sarebbero tra i 1500 e i 3000 i jihadisti europei attualmente in Siria mentre, secondo il Centro Internazionale per gli Studi sulla Radicalizzazione (ICSR), ne sarebbero passati più di 11000 dall’inizio del conflitto. [1] Il Belgio è, in proporzione, il paese da cui sono partiti il maggior numero di combattenti radicali, seguito da Francia, Gran Bretagna, Germania, Danimarca e Olanda.

 

 

 

 

[1] http://icsr.info/2013/12/icsr-insight-11000-foreign-fighters-syria-steep-rise-among-western-europeans/