A cura di Ferdinando Calda 

“A me non interessa questa divisione tra cattolici e protestanti. Ad esempio, mia zia cattolica sposò un protestante. Ma il vero problema era che lui era un cecchino delle forze di sicurezza inglesi e poteva capitare che andasse a sparare contro le manifestazioni dove magari c’erano anche i miei cugini. In effetti, alle cene di famiglia l’argomento del lavoro di mio zio era un tema un po’ tabù. Ma io ora voglio solo vivere in pace”. L’uomo che ha appena pronunciato queste parole in un pub di Belfast abbozza un sorriso gettandomi un’occhiata con gli occhi lucidi per l’alcol. Ha circa 35 anni e uno strano senso dell’umorismo che, insieme all’alto tasso alcolico, fa dubitare della veridicità della storia. E non solo perché i matrimoni tra cattolici e protestanti sono ancora oggi una specie di rarità (circa uno su dieci), tanto che all’interno del DUP, il primo partito unionista, sono viste meglio le unioni omosessuali di quelle interreligiose. Tuttavia quella storia non è inverosimile. Il passato di sangue dell’Irlanda del Nord è ancora molto vicino e, per certi versi, non è ancora stato superato. Spesso ne parlano con una normalità che può spiazzare. “A mio zio spararono perché era protestante”, racconta Ian, un motociclista con l’aspetto da vichingo che aggiunge: “Io grazie alla passione per la moto ho avuto l’occasione di conoscere anche l’altra comunità. Poco lontano da casa mia vive un ragazzo il cui migliore amico del padre è stato ucciso perché cattolico. Ma noi siamo amici, ci piace girare in moto e non abbiamo problemi”.

 

Una zona di guerra

Ian vive in un paesino proprio al confine con la Repubblica d’Irlanda, tanto che il “suo” pub è dall’altro lato e si paga in euro. Lui si ricorda quando da ragazzo vedeva gli imponenti posti di blocco lungo la frontiera: filo spinato, blocchi di cemento, perquisizioni interminabili. Una vera e propria zona di guerra. E in effetti questa era considerata l’Irlanda del Nord fino a una manciata di anni fa: una zona di guerra. “Fino a una quindicina di anni fa praticamente a nessuno sarebbe venuto in mente di venire qui, tanto meno per turismo”, conferma David, guida turistica di Belfast. E anche gli stranieri che venivano a lavorare lì erano decisamente pochi. Si racconta di un italiano che venne a lavorare per una compagnia di Belfast nel lontano 2003. Un giorno si trovava in un supermercato quando una signora sconosciuta, attirata dai capelli neri e dalla carnagione scura (rispetto agli standard irlandesi), non resistette alla tentazione di chiedergli: “Scusi, per caso è lei l’italiano che lavora in città di cui abbiamo sentito parlare”. Notevole, considerando che Belfast conta comunque oltre 260mila abitanti.

“Per fortuna adesso le cose sono cambiate e il motivo si chiama Pace”, assicura David, che tuttavia avverte: “Quello iniziato nel ‘98 è un processo di Pace. Questo vuol dire che i cambiamenti non arrivano da un giorno all’altro”. Certo molte cose sono cambiate dagli accordi del Venerdì Santo (Good Friday Agreement), firmati nel 1998 dai governi britannico e irlandese e da diversi partiti politici di entrambi gli schieramenti. A distanza di sedici anni Belfast ora sembra una città “normale”. La sera comitive di giovani, studenti e stranieri affollano le strade e i pub del centro. “Un tempo il centro era deserto – ricorda qualcuno – perché consideravamo pericoloso lasciare il nostro quartiere. Poteva capitare che incontravi qualcuno che ti chiedeva il cognome e, se era quello ‘sbagliato’, ti piantava una pallottola in corpo”.

 

Rifarsi un’immagine

Negli ultimi anni le autorità nordirlandesi hanno fatto grandi sforzi per promuovere l’immagine di normalità all’estero, sponsorizzando e incentivando convegni ed eventi internazionali a Belfast e dintorni. I circa 4 milioni di euro spesi per ospitare la partenza del Giro d’Italia a maggio scorso lo testimoniano. La febbre rosa che invase la regione in quei giorni ha in parte giustificato la spesa. Bandiere, insegne, facciate di palazzi, biciclette, macchine, trattori e persino pecore: tutto era colorato di rosa. Anche l’hotel Europa, il principale albergo della città che viene presentato come “the most bombed hotel in the world” (l’hotel che ha subito più attentati dinamitardi al mondo: una trentina in poco più di vent’anni).

A rovinare in parte la festa per il Giro arrivò, proprio in quei giorni, l’arresto di Gerry Adams, leader storico del Sinn Fein e protagonista del processo di pacificazione. La notizia monopolizzò i giornali locali a meno di una settimana dalla partenza della gara. Il leader repubblicano, liberato dopo quattro giorni di interrogatori, è tutt’ora sospettato per l’omicidio di una donna commesso dall’IRA nel lontano 1972. Jean McCoville, vedova e madre di dieci figli, aveva 37 anni quando venne sequestrata e uccisa perché sospettata di essere un’informatrice dell’esercito britannico. L’IRA riconobbe la propria responsabilità nell’omicidio nel 1999, ma solo nel 2003 il corpo della donna venne casualmente ritrovato nella spiaggia di Shelling Hill, nei pressi del confine tra Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. I ciclisti del Giro sono passati a meno di una ventina di chilometri da quella spiaggia, e anche più vicino ad altre spiagge dove nel corso degli anni sono stati ritrovati i cadaveri di molte delle vittime dei gruppi paramilitari di entrambi i fronti. Per settimane il passato è tornato sulle prima pagine dei giornali e nelle strade. Sulla storica Falls Road è apparso un murales per la liberazione di Gerry Adams (poi cancellato per far posto a un’altro che chiede la revisione delle indagini sul massacro di Ballymurphy del 1971), mentre sui quotidiani parlavano ogni giorno i parenti (figli, ma anche madri e padri) delle vittime delle bombe e degli omicidi settari degli anni ‘70 e ‘80.

 

Tentativi di pacificazione

L’arresto di Adams è tornato a surriscaldare anche il clima politico, anche perché è arrivato a poche settimane dalle elezioni locali ed europee. Il suo collega di partito nonché vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness ha accusato alcune “forze oscure” all’interno della PNSI (la polizia nordirlandese) di voler sabotare il processo di pace. “Devono capire che nessuno è sopra la legge”, ha ribattuto il primo ministro Peter Robinson, leader del Partito democratico unionista (DUP). Lo stesso McGuinness, ex membro dell’IRA, è stato protagonista di recente di due incontri dal valore storico con la Regina Elisabetta II. Il primo durante una cena di Stato al castello di Windsor mentre il secondo a fine giugno, quando la sovrana è andata in visita all’ex prigione di Crumlin Road di Belfast, dove venivano rinchiusi i militanti unionisti e repubblicani tra i quali anche McGuinness.

Tuttavia non tutti hanno apprezzato il gesto e la strada verso la pacificazione è ancora in salita. “Qualcuno ha paragonato McGuinness che visita Windsor a Nelson Mandela, ma a me ha ricordato più Cenerentola”, ha polemizzato in occasione del 98esimo anniversario della Rivolta di Pasqua (Easter Rising) Gary Donnelly, esponente del 32 County Sovereignty Movement (32 CSM), movimento nazionalista particolarmente attivo nella difesa dei diritti dei prigionieri repubblicani nel carcere di Maghaberry. Alle elezioni locali di maggio Donnelly è riuscito a ottenere un seggio, primo tra gli esponenti dei movimenti repubblicani dissidenti.

Il 32 CSM, in particolare, è spesso considerato l’ala politica della Real IRA (RIRA), un’organizzazione paramilitare nata nel 1997 da una scissione dall’Irish Republican Army e ultimamente piuttosto attiva. Negli ultimi anni la RIRA (che nel 2012 si è unita con altre realtà dissidenti formando la cosiddetta “New IRA”) si è distinta per una serie di attentati dinamitardi e agguati alle forze di sicurezza, come l’uccisione di due militari britannici nella base militare di Massereene nel 2009 o l’omicidio di una guardia carceraria a Craigavon nel 2012. L’Irlanda del Nord, del resto, non è ancora un posto pacificato e “normale”. I gruppi armati dissidenti continuano a operare, a piazzare bombe e a uccidere, anche se in alcuni casi la loro attività è scivolata verso modalità da mera criminalità organizzata e non sono rari omicidi e rese dei conti all’interno delle stesse organizzazioni. In Italia ce ne è giunto un vago eco quando, a poche ore dall’arrivo del Giro a Dublino, la polizia irlandese ha trovato un’autobomba (immatricolata a Belfast) caricata con 22 chili di esplosivo. Per il resto c’è la possibilità che la stampa italiana si occupi di sfuggita di Belfast nei prossimi giorni, nel caso scoppieranno dei disordini durante il turbolento periodo delle marce organgiste intorno al 12 luglio.

Ma questo è solo la punta dell’iceberg di un problema più grande e diffuso in una società che ancora soffre una pesante divisione. Paradigmatico è lo studio condotto di recente da Jonathan Tonge, professore alla University of Liverpool, tra oltre un centinaio di membri del DUP, che fino alle elezioni di maggio era il primo partito in Irlanda del Nord, prima di essere superato dal Sinn Fein. Nel suo libro pubblicato il mese scorso, Tonge rileva che tre quarti dei membri del DUP sono contrari ai matrimoni tra protestanti e cattolici. Una percentuale maggiore di quelli che si oppongono ai matrimoni omosessuali. Nel primo caso il 75% degli intervistati ha risposto che si sentirebbe “molto preoccupato” (ben il 54%) o “un po’ preoccupato” se un loro parente sposasse qualcuno di un’altra religione. Mentre “solo” il 66% ha affermato che i matrimoni tra lo stesso sesso siano sbagliati.

 

Soluzioni: referendum scozzese e crisi economica

“Il problema è che alcuni si sentono irlandesi, altri inglesi – cerca di semplificare David – Io personalmente mi sento nordirlandese”. Secondo alcuni, a sbrogliare definitivamente l’intricata situazione potrebbe contribuire il referendum di settembre prossimo sull’indipendenza della Scozia. Nel caso di esito positivo, è la tesi, anche l’Irlanda del Nord potrebbe rendersi completamente autonoma da Londra e dotarsi finalmente di una propria identità ufficiale. Cosa che, nonostante una certa autonomia, al momento manca ed è spesso sostituita con soluzioni parziali al limite dell’ipocrisia. Come la decisione di esporre la Union Jack sul municipio di Belfast solo in alcune ricorrenze particolari, che ha scatenato violente proteste da parte degli unionisti.

Ovviamente non basterebbe un referendum per appianare divergenze secolari. Tuttavia negli ultimi anni anche la crisi economica ha aiutato a superare alcune divisioni tra cattolici e protestanti. “In passato il senso di appartenenza al Regno Unito della comunità protestante è stato incentivato anche dai benefici economici che provenivano da Londra, ma ora questi non arrivano più a causa della crisi”, sostiene un veterano del giornalismo d’inchiesta britannico. “Ancora adesso – conferma Ian – qui intorno le terre migliori appartengono solitamente a protestanti. Si tratta di un retaggio del passato”. In questo senso, la crisi sta in parte appianando queste differenze. Protestanti e cattolici sono ormai semplicemente disoccupati e poveri nordirlandesi. Dall’altro lato, le tensioni sociali portate dalla nuova ondata di povertà rischiano di rinfocolare le mai sopite tensioni settarie.