Fonte: Rinascita

Nella questione iraniana ci sono – almeno – due piani da analizzare. Il primo è quello delle dichiarazioni, delle minacce e delle ipotesi. Il secondo è quello dei fatti. Alla prima sfera appartengono, per il momento, le minacce di un’azione militare da parte di Israele, al quale Washington ha promesso assistenza se saprà aspettare almeno fino alle elezioni di novembre. Nel campo delle mere dichiarazioni ristagnano anche i propositi di trovare una soluzione diplomatica del problema. Una soluzione veramente “diplomatica”, infatti, non dovrebbe comprendere il continuo e crescente ricorso a pesanti sanzioni economiche, ma consisterebbe in un accordo tra l’Iran e la comunità internazionale (in particolare l’Agenzia internazionale per l’energia atomica-Aiea) che “tranquillizzi” Washington e Tel Aviv e, allo stesso tempo, tuteli il diritto di Teheran a un programma nucleare pacifico, in linea con il Trattato di non proliferazione di cui l’Iran è firmatario. Per ignoranza o per malafede, i Paesi occidentali impegnati nelle trattative continuano a riproporre una strategia del “bastone e la carota” che non ha speranza di successo a Teheran. Per gli iraniani, infatti, gli ultimatum occidentali, che accompagnano puntualmente ogni nuova “apertura” al dialogo, rappresentano dei ricatti impossibili da accettare.

Nell’ambito delle ipotesi, inoltre, si trova anche uno dei nodi centrali della questione (o quantomeno così lo vogliono presentare Washington e Tel Aviv): la bomba atomica iraniana. Sia l’Aiea che l’intelligence statunitense hanno riconosciuto che al momento l’Iran non sta portando avanti alcun programma nucleare militare e, secondo quanto riferito di recente da un ufficiale Usa al New York Times, anche il Mossad non avrebbe contestato queste conclusioni.

A fronte di un’ipotetica (e indimostrabile) volontà iraniana di sviluppare in futuro un ordigno nucleare e dei deboli inviti al dialogo, gli Stati Uniti – pressati da Israele – stanno portando avanti una vera e propria guerra economica contro la Repubblica Islamica, cercando di isolare e mettere in ginocchio il governo di Teheran tramite sanzioni e misure restrittive internazionali.

Nel tentativo di colpire al cuore la Repubblica Islamica, la Casa Bianca ha mirato su banche e petrolio iraniani. Ma non è così facile. Molti Paesi importanti, Cina in testa, si riforniscono con ingenti quote di petrolio iraniano, compresi diversi alleati Usa. Tra questi spiccano il Giappone e l’India che, nonostante le pressanti richieste di Washington, non sembrano intenzionati a troncare i loro rapporti con Teheran.

E non sembra bastare la buona volontà dell’Unione europea di accontentare l’alleato/padrone a stelle e strisce. Dall’inizio di questa settimana la società internazionale Swift (Society for worldwide interbank financial Telecommunication), il più grande sistema di pagamento elettronico al mondo che ha sede a Bruxelles, ha bloccato le transazioni finanziare delle banche iraniane sottoposte alle sanzioni Ue. Un’iniziativa che lo stesso direttore della società, Lazaro Campos, ha definito “straordinaria e senza precedenti”.

Tuttavia, già da un po’ di tempo, Teheran sta studiando altri metodi di pagamento con i Paesi importatori di petrolio, come il pagamento in oro o lo scambio di materie prime e servizi. Inoltre le banche private iraniane non sottoposte a sanzioni possono ancora operare, seppur con qualche limitazione. Anche se sembra che a Washington stiano studiando una legge per escludere dal sistema Swift di tutte le banche iraniane. In tal caso a subirne pesantemente gli effetti saranno anche gli operatori europei in Iran. Oltre ai milioni di iraniani che vivono e lavorano all’estero e che inviano il denaro a casa ogni mese per le famiglie.