Dopo le ormai lunghe questioni e polemiche circa la realtà iraniana, da tempo la stampa italiana sembra essersi arrestata su un punto di saturazione per il quale l’attenzione alle vicende di un paese così vitale ed importante (soprattutto in questi tempi) si sia ridotta alle sole agenzie di stampa oppure, in maniera ben più triste, si sia rialzata allorquando vi sia da trattare argomenti sconcertanti o bollettini di infelici massacri causati da scontri o tentativi di proteste. Ebbene, la stampa internazionale (soprattutto quella americana) è ben lungi da far passare la questione in secondo piano, sicché da molte settimane preoccupazioni ed attenzioni sono all’ordine del giorno.

Nonostante, infatti, tutte le questioni ipotizzabili e forse più note (primo tra tutti il problema della ricerca del nucleare e la creazione di relative centrali a scopi civili, sulla cui buona fede la comunità internazionale ha seri dubbi, e spesso con beneficio del dubbio considerando gli ultimi sviluppi), vi è, fatta passare sotto le righe, una più spinosa problematica politica riguardante la Suprema Guida spirituale del paese[1], l’Ayatullah Kamenei e il Presidente Ahmadinejad[2], i cui risultati hanno avuto ed hanno tutt’ora ripercussioni evidenti sulla politica interna e di conseguenza su quella estera.

Dopo le tragiche vicende del 2009, anno della seconda rielezione a Presidente di Ahmadinejad a cui si era opposto con ferma decisione il Green Movement e per cui le posizioni dei due leaders si erano contestualmente ravvicinate per il tempo necessario a superare il momento di crisi, le due figure, aiutate e supportate da un’ampia schiera di rispettivi sostenitori, hanno continuato a farsi una silenziosa e inesorabile lotta interna, in quanto fortemente divisi su questioni di grande rilievo per un paese di tal genere.

Riassumendo brevemente i due fronti e le principali posizioni, dopo i moti di protesta del 2009 le posizioni del Presidente si sono sempre più attestate, soprattutto a fronte della “grossa” opposizione[3] della comunità internazionale al programma energetico nucleare fortemente sostenuto dallo stesso, verso posizioni conciliatorie o, ad ogni modo, non eccessivamente bellicose e tese, come invece vorrebbe la parte più oltranzista e risoluta che sostiene l’Ayatullah. A primo acchito si potrebbe pensare la questione si concentri su considerazioni politiche o ideologiche, ma invece così non è: le posizioni antitetiche, difatti, si concentrano principalmente sul fatto che lo stesso Presidente, con la sua nuova linea più moderata o per lo meno non dichiaratamente opposta verso le posizioni dei Paesi occidentali, è perfettamente conscio di poter conquistare maggior consenso ed attrarre a sé quell’ampia fetta di credibilità interna che ha perso dopo il 2009[4], consenso che invece l’Ayatullah ha tutto l’interesse a togliere screditandolo il più possibile, come già è ripetutamente avvenuto pochi mesi orsono.

L’aperto conflitto, del resto, risulta evidente dagli ultimi fatti accaduti, che mostrano un livello di conflitto interno tutt’altro che sottaciuto o passato inosservato: il Presidente Ahmadinejad, infatti, moltiplicando i suoi sforzi è riuscito ad allontanare dal suo entourage di governo il ministro Heydar Moslehi, stretto alleato di Khamenei, colpo basso al quale non è mancata repentina risposta della Guida Suprema, la quale ha condotto un’aperta campagna per screditare (riuscendo pure a mandare in prigione) una decida di stretti collaboratori ed alleati del Presidente, con l’accusa di praticare un culto religioso verso indefinite creature soprannaturali[5].

Dunque tali riflessi si ripercuoto inevitabilmente sulla politica estera: sebbene entrambi, sia ufficialmente sia nella pratica, uniti contro il “nemico unico e principale” rappresentato da Israele e il suo primo ministro Netanyahu, entrambi due si contendono la condotta politica verso i Paesi occidentali e verso le loro stette sanzioni, sempre più osteggiate e mal sopportate da tutto il governo stesso (oltreché dei supporters e della popolazione stessa), da cui provengono numerose voci per accondiscendere le posizioni della comunità internazionale e togliersi infine dal giogo sempre più sofferto di tali restrizioni economiche. Tuttavia tale lotta politica muta inesorabilmente l’atteggiamento dello stesso Occidente verso l’Iran, incapace quindi di prendere una posizione ufficiale in merito (anche se più a livello pratico, in quanto la linea ufficiale è quella dettata dal governo presieduto da Ahmadinejad ma difatti impossibilitato ad agire in virtù del forte contrasto con la Guida Suprema) e difatti peggiorando di molto la sua posizione risultate così immobile, statica e “ibrida”[6].

Quanto a politica interna, lo scontro si è concentrato nei riguardi della cd “Revolutionary Guard Corps” – tristemente nota nel 2009 per la dura repressione del Green Movement studentesco di protesta – di chiara ispirazione e orientamento rivoluzionario del tutto allineata verso le posizioni della Guida Suprema, e verso il cui potere ed influenza il Presidente ha cercato, più e più volte, di porre un freno ed un limite.

Tuttavia, tale faida interna può essere letta, per un lettore accorto, come un piccolo quanto grande elemento di rottura e crisi di un paese che, piano piano, si avvia con ampia evidenza ad un punto di svolta, non solo per la sua situazione economica e politica interna, ma anche per la situazione poco felice e distesa dell’intero Medio Oriente, dalle cui vicende dipende molto il clima del Paese stesso.
Economicamente sofferente e politicamente debole, infatti, l’Iran potrebbe così non essere in grado di sopportare le inevitabili sfide in cui egli stesso, con la sua politica “aggressiva” (anche se c’è da dire che l’Iran è un terra plurisecolare che non ha mai aspirato ad ingrandirsi) ma in molti casi del tutto legittima, si è da solo posto e da cui deve, per la stabilità dell’intera area medio-orientale, sapersi tirare fuori.


[1] Ripercorrendo la storia dell’Iran a partire dal 1900, si ricorda infatti che, governato da una monarchia costituzionale (sebbene più di diritto che di fatto) sotto la dinastia dei Cagiari dopo la rivoluzione costituzionalista del 1906, nel 1925 passo al potere Reza Khan, dapprima (1923) primo ministro e due anni dopo auto-proclamatosi re della stessa nazione, ossia Reza Shah dando così vita alla nota dinastia Pahlavi.
Abdicato durante la seconda guerra mondiale su pressione anglo-russa in favore del figlio Muhammad, in seguito all’Operazione Ajax del 1953 con cui lo stesso cercò di deporre il Primo Ministro Mossadeq, tornato dall’esilio lo Shah restò al potere fino al 1979, anno in cui l’Imam Khomeini, dopo aver da Parigi diretto e guidato un movimento rivoluzionario, con lo stesso rovescia il potere allora vigente instaurando, con la rivolta e il potere della armi, una repubblica islamica tutt’ora esistente. Morto nel 1989, l’Ayatullah dispone erede il successore Khamenei, oggi al potere come “Guida Suprema” del paese.

[2] Per la sua forma attuale di Repubblica Islamica, il Presidente della Repubblica (le cui candidature sono vagliate ed approvate dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione) è eletto dal popolo ed egli stesso nomina i tutti i componenti del Consiglio dei Ministri e lo presiede per la durata del suo incarico di 4 anni, rinnovabile. Il parlamento è monocamerale.

[3] Sulla natura e struttura di tale opposizione si possono fare e vi possono essere numerose considerazioni, dalle più semplice a quella leggermente più strutturate: gli interessi economici in campo, le alleanze politiche e il panorama politico del medio e estremo oriente. Elementi in più per comprendere ulteriormente l’importanza cruciale di questo paese.

[4] Un sondaggio di quale anno addietro, infatti, riporta come la percentuale di cittadini d’accordo a non sviluppare un progetto nucleare energetico in aperto conflitto con l’Occidente si, si attesti al 79 % (Time, 5 marzo 2012 n.9)

[5] In questi casi è sempre difficile accertare se tali accuse fossero vere o meno. Non resta che analizzare il dato di fatto, ossia come il risultato voluto da Khamenei sia ampiamente riuscito.

[6] Posizioni ben chiare ed espresse sono state tuttavia prese, soprattutto in merito al nucleare: infatti è stato impossibile visitare due stabilimenti nucleare di ultima creazione da parte del team di osservazione inviato dalla comunità internazionale, il quale è stato anzi fatto uscire dal paese immediatamente dopo tale divieto.