Ne parlano ormai giornali, televisioni, blog, sondaggi, ciarlatani e ‘tribuni del popolo’, così i  cittadini si accingono, in maniera più o meno decisa e convinta, a presentarsi il 24 ed il 25 Febbraio nelle urne, teatro delle elezioni politiche. Tuttavia è bene, seppure si rischi di cadere in logorroiche chiacchere da bar o in forbite discussioni di scienza politica, allo stesso modo petulanti, dire qualcosa sul senso, sul motivo d’essere, sulle prospettive e sulle finalità di queste elezioni in un discorso che sia contestualizzato e scevro di esagerati idealismi o populismi di vario genere.

 Le elezioni sono la massima espressione del regime democratico, grazie al suffragio universale che porta, dal punto di vista dei diritti, alla cancellazione di qualsiasi forma di distinzione per censo, per strato sociale o genere nello stabilire la possibilità o meno di voto.

Le elezioni sono l’unica modalità con cui poter decidere i propri rappresentanti all’interno degli organi legislativi, insomma il destino del paese in cui si risiede e vive.

Stiamo parlando della summa delle libertà individuali riconosciute ai cittadini, il potere loro attribuito per incidere attivamente nelle decisioni, nelle scelte della storia di ogni Paese ‘libero e democratico’.

Insomma le elezioni, così descritte, sono un’istituzione importantissima e allo stesso tempo un mezzo bellissimo per esprimere la propria personalità, tuttavia c’è un “Però”, tutto questo discorso, così umano, così giusnaturalistico ha una pecca, minima eppure totalmente determinante: è pura teoria. Già, teoria.

Un’elezione come quella finora descritta, in un Paese occidentale, libero e democratico, non è mai avvenuta. Non c’è mai stata da parte dei cittadini una vera incidenza sulle decisioni del potere, nessuno mai ha davvero deciso chi dovesse occupare tutti i 945 posti delle due Camere, non è stato mai permesso. Certo, tale impossibilità è motivata da diversi elementi principalmente logistico/organizzativi, essa è sostituita dalle preferenze che si attribuiscono ad un insieme di politici, riuniti al di sotto di un unico candidato, poi ci sono i senatori a vita eletti per i loro meriti, ci sono gli organi di partito presenti per motivi amministrativi e questa è solo una minima parte di tutti gli elementi presenti nelle due Camere.

Vorrei allora mi sia già concessa un minimo di incertezza, di insicurezza sul significato di tutte queste vox, sperando ed essendo convinto di non essere il primo dei disinformati o l’ultimo dei cittadini attivi. Infatti proprio gli obiettivi proposti nell’articolo cominciano già smaterializzarsi, a farsi aria più rarefatta a causa del politichese linguaggio utilizzato.

 Concentrazione. E’ bene cercar di affrontare la questione in termini più vicini, più diretti.

Si è parlato del fatto che non sia possibile decidere in toto i rappresentanti delle scelte della popolazione in Parlamento ed in Senato, non male, saranno scelti con criterio dai capolista, dagli eletti, i quali nelle loro file non avranno di certo personaggi di dubbio spessore.

 ‘Il voto è utile’, viene propinato dai media, viene dichiarato dai candidati di tutti gli schieramenti, ‘è utile a far sì che il Paese reagisca, che si formi una maggioranza forte.

Eppure mi permetterei di dissentire, da questo uso un poco sconsiderato del vocabolario e più precisamente della parola utile, ma non per un qualche preconcetto strettamente ideologico, per una ipotesi aprioristica e sconclusionata, ma per il semplice constatare che sono almeno una decina di anni che i governi eletti sono a favore di una reazione del Paese, del benessere dei cittadini, del risollevamento da una ‘crisi’, reale o immaginaria che dir si voglia.

Mi sorge così un dubbio, un interrogativo, sugli scopi dei governi “forti”, dei signori della politica, dei top player di quel mondo, un po’ assurdo e confusionario: che siano davvero loro ad essere “forti”?

Per mio conto, un poco di insicurezza ce l’ho. Ma non perché sia affetto da una qualche forma imprecisata di misantropia, ma perché mi rendo conto che l’informatizzazione di tutti i sistemi abbia portato allo sviluppo di altri poteri, forti soprattutto del non avere un volto, un luogo, un terreno di scontro o perlomeno di dialettica, definiti. Entità, solo con questa parola si possono definire i nuovi poteri sorti con l’era dell’informazione.

 Ora spero si comprenda un minimo quel che poc’anzi dicevo sul non essere il solo ad avere di certi dubbi, suscitati maggiormente nel discernere tra questi poteri-entità quello della finanza.

“La finanza”, già semanticamente è un problema a sé, rimanda ad un mondo di idee vaghe e confuse, eppure sempre nell’ultimo decennio ha condizionato la vita di tutti in maniera piuttosto incisiva, violenta. Ma quel che più interessa ha condizionato la politica. Proprio così, il fine ultimo dei politici legislatori, che dir se ne voglia, ha subito un cambiamento di rotta non indifferente, non relativo.

Così ci si domanda se ha senso continuare a parlare di rispetto dei diritti, delle libertà costituzionali, quando ci si sta più o meno lentamente rendendo conto che queste, più che venir infrante, non sono per nulla affatto considerate. Assistere a questo annichilimento del diritto, a favore di una legiferazione che sia funzionale alle operazioni finanziarie che generano utili e perciò profitti attraverso manovre speculative è del tutto emblematico.

Il danaro che genera danaro non può far altro che contribuire al solo arricchimento di pochi, dei membri dei gruppi manageriali, degli oligopoli finanziari ed il mancato rispetto dei diritti non è un mezzo di affermazione di questo nuovo modo di fare politica, di fare la legge, ma ne è un’orribile conseguenza.

Come si può credere che ad esempio possano esser promulgate leggi a favore dei lavoratori se i prodotti dell’economia reale, ad oggi, rappresentano solo il dieci percento degli scambi economico finanziari? Come si può pretendere che dal nulla dell’economia reale (nichilismo finanziario) possano nascere diritti a favore di questa? Vedranno la luce invece leggi a favore delle sole operazioni finanziarie, leggi che sono il nulla del diritto (nichilismo giuridico), proposte e promulgate da legislatori ai quali l’ordine impartito è solo quello di verificare quella certa “utilità” delle norme. Legislatori la cui linea di pensiero è quella di semplici tecnici delle norme, asserviti ad altrettanto semplici tecnici della finanza, è un trionfo della semplificazione, un trionfo della conoscenza positiva, un trionfo della giustizia dei pochi.

 Alla luce di questi fatti, è necessario suggerire in maniera piuttosto accorata, di far proprio l’altrettanto semplice concetto per cui “Votare è un diritto, pensarci un dovere”. In barba a tante semplificazioni, questa è forse da ritenersi un poco più razionale e generosa.