di Saverio Mazzeo

«Qualche volta rifletto, in mancanza di meglio, sulla democrazia (nel metró, naturalmente)». Così Albert Camus. Ora: un uomo (oppure una donna), dotato sua malgrado di una certa alterità, viene improvvisamente colto dallo stesso moto di rivolta. L’uomo (la donna) è un nato morto di chiaroveggenza, per intenderci. Telestesia – giurerebbero in tanti – acquisita perfettamente e senza ombra di dubbio anche da tale Rob Brezsny, il Gianroberto Casaleggio dell’oroscopo di Internazionale. Autentica superstar, bisogna ammetterlo senza indugio, «visto che ormai di oroscopi ci dilettiamo anche oltre il diletto, quasi nella sola fede che ci conforta», così – per esempio – declamava il leggendario presentatore del personalissimo talk show di Leonardo Sciascia a cui partecipavano Napoleone Bonaparte, Chateaubriand, Savinio e un giovane d’oggi (cioè di ieri, era il 1982). Metagnomia come ponte quindi, cavo teso tra l’uomo e il superRob, che l’enciclopedia socialista del XXI secolo definisce scrittore (come Céline), poeta (come Dino Campana) e musicista (come Šostakovič). Fioccano i seguaci di Rob, su Facebook. Così come i sostenitori di una certa “pagina” dal titolo enigmatico, impellente, fuori luogo: “Se i quadri potessero parlare”. Mezzo milione di seguaci – spettatori finalmente divertiti – ritrovano il piacere autentico di assaporare l’arte in confezione “giuoco da tavola”, fruibile quindi, assimilabile, comprensibile, trattabile, malleabile, commentabile.

Come se il miserabile di turno (Van Gogh o Bacon) consegnatosi ai voti claustrali delle Muse (come da definizione beniana) nell’atto della defecazione artistica si fosse aggrappato al tarlo della comunicazione, o dell’intrattenimento, proprio come Rob. Esemplare uno dei commenti in calce a uno dei links: «E ora tutti nei musei a farci quattro risate! XD». Ridere: imperativo categorico. Altro che Buster Keaton… Dice: ma io all’oroscopo non ci credo, è che Rob è divertente. Fa ridere, infatti, sì. Essi non hanno bisogno di inquietarsi. La loro risata é rigorosamente funzionale. Era il 7 gennaio 1973 quando Pasolini pubblicava il “discorso” dei capelli sul Corriere della sera, dal titolo “Contro i capelli lunghi”. Egli, destinatario di quella comunicazione – ovverosia di quel “linguaggio dei capelli” apripista di quel fenomeno culturale “omologatore” che era ed é l’edonismo di massa – avrebbe forse scorto adesso questo nuovo fenomeno come il “linguaggio della paresi facciale”? Non è dato saperlo. Quel che è certo è che questo nuovo linguaggio – che nella sua declinazione cultural-politica più alla moda è incarnato nella persona di Diego Bianchi, alias Zoro – si mostra persino desolante sul piano della libertà espressiva.

Vecchia di qualche giorno è la frase pronunciata in commissione Giustizia dall’esponente del Movimento 5 Stelle Massimo Felice De Rosa: «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i pompini». Eccolo Zoro, la sera successiva all’accaduto, intento a leggere a suo modo – come di consueto – il ripugnate materiale messogli a disposizione dall’improbabile classe dirigente nostrana, satelliti giornalistici inclusi. Inevitabile, quindi, la sosta visiva sul De Rosa pensiero. Ma ecco che lo scorrere delle cinguettate altrui si mostra agli occhi del più attento spettatore televisivo nella sua natura recondita: quella di una personalissima via crucis zorana. Egli, infatti, cade per la prima volta quando meno te lo aspetti, nel momento esatto in cui preferisce non leggere la parola scandalosa, oscena: pompini. Ecco l’autista e il giornalista prestargli subitamente soccorso, ma a niente vale rialzare Zoro da terra insieme alla sua croce linguistica.

Egli si cava fuori dal buco osceno in cui s’é cacciato con una battuta da scuola elementare, chiedendo al barbuto autista quale parola dall’oscuro significato si nascondesse – secondo lui – dietro la misteriosa “p” seguita dai puntini di sospensione. Seconda caduta. Sull’episodio dei pompini interveniva puntuale anche il presidente della Camera Laura Boldrini che definiva «gravissime» le «ingiurie sessiste nei confronti delle deputate». Altrettanto puntualmente surclassata, quest’ultima, da Giuditta Pini, deputata Pd: «Ho preso 7100 preferenze in 3 giorni. Mi fa ancora male la mascella». Applausi. Il linguaggio non è fatto nemmeno per essere creduto, ma per obbedire e far obbedire. Per resistere al presente quell’uomo previdente si farà crescere le unghie come Gilles Deleuze, il filosofo ballerino. Trasposizione fisica di un concetto antiestetico, inattuale, pieno di forza critica e politica, di libertà. «Un giorno il secolo sarà deleuziano», disse Michel Foucault. Parlava di quello appena passato.