Nonostante i suoi alti e bassi la finanza dei paesi occidentali è ormai vista da molti come l’unico sistema funzionante, ed è probabile che in una società dove il consumismo e il capitalismo sono alla radice della quotidianità sia proprio così. Ma il sistema basato sull’interesse, sul risk-free, sulle derivate, sui bond, sulla speculazione, sull’arbitraggio etc… non è l’unica opzione disponibile, i paesi islamici ne sono la prova.

Infatti la religione risolve la questione della finanza attenendosi al Corano, e ai cinque pilastri dell’Islam. La cosiddetta finanza islamica gira attorno al valore del fare le cose volontariamente per il “Bene” rispettando gli infiniti doni di Allah.

Questa assunzione implica che gli investitori devono accertarsi di dove i loro soldi sono diretti, e che non vengano usati per scopi non etici come droghe o pornografia. Cosi facendo i musulmani si assicurano che i propri investimenti siano socialmente responsabili e che non vengano usati per l’adempimento di azioni in contrasto con il Corano.

Un altro aspetto attorno al quale gira il sistema finanziario islamico e specialmente quello bancario, è l’assenza di tassi d’interesse bancari di ogni tipo. Per questa ragione azioni o bond detti risk-free sono considerati usura (riba), perché in assenza di rischio il tasso d’interesse non è giudicato come una ricompensa ma semplicemente un pagamento ingiusto per dei capitali immobili. Ad esempio se una persona decide di pagare una macchina a rate, e sommando la rata di ogni mese, vede che il risultato finale supera l’ammontare che avrebbe pagato se avesse deciso di pagare la vettura interamente il giorno dell’acquisto, questo comportamento è tradotto come usura nel mondo islamico.

La religione vieta ogni tipo di tasso d’interesse su qualsiasi somma di denaro siccome giudicata come un guadagno ingiusto e all’origine di sfruttamento ma un certo tipo di compenso è accettato dall‘islam, anche se un termine più adeguato sarebbe “ricompensa”. Il principio sul quale si basa parte della finanza occidentale, che prevede che il guadagno sia proporzionale al rischio, e che dunque più un azione sia imprevedibile e volatile più il profitto che una persona ne può ricavare sarà alto è infatti in parte accettato anche dai musulmani, che concordano con l’argomento dal momento che delle responsabilità entrano in gioco, e che dunque più sono le responsabilità nel fare del “Bene” più la ricompensa dovrebbe essere elevata.

 La “Zakat”

 La “Zakat” insieme alla “Shahada”, alla “Salat”, al “Ramadan” e alla “Hajj” è uno dei cinque pilastri dell’islam, che ogni musulmano devoto è tenuto a osservare. Il terzo pilastro dell’islam (“Zakat”) prevede che ogni anno i musulmani versino il 2,5% del proprio reddito netto in volontariato , i modo tale da aiutare le categorie islamiche più sfavorite come ad esempio orfani, vedove o persone estremamente povere. La “Zakat” può essere gestita da organizzazioni musulmane che si occupano della raccolta, come era compito dei califfi un tempo, o più semplicemente ogni musulmano può versare la propria quota come meglio preferisce, l’importante è che rimanga all’interno della società islamica: è infatti proibito donare questa “beneficenza” ai non-musulmani.