La Cina, seconda potenza economica mondiale, ha da sempre basato la sua crescita e la sua espansione commerciale facendo leva ed aiutandosi in particolar modo sulle banche, totalmente controllate dallo Stato e pertanto gestibili secondo le precise direttive del Governo (il cui “parlamento” si riunisce una volta all’anno). Dunque si può dire che la politica economica del Paese, nonché tutte le direttive ed i provvedimenti emanati dalla Banca centrale cinese (Zhōngguó Rénmín Yínháng)siano l’esatta espressione del potere esecutivo, poiché anche solo rapidamente scorgendo la strutturazione interna del Paese ci si può rendere immediatamente conto di come questo non solo sia fondato, ma pure che non sarebbe altrimenti possibile per la Cina stessa condurre la politica attuale senza il pieno controllo di tale organo, da usare e sfruttare in tutti i modi possibili, in primis per tenere bassa l’inflazione e, di conseguenza, in secondis per mantenere un livello più basso possibile del prezzo della moneta di modo che le esportazioni (principale fonte di guadagno del paese) continuino senza colpo ferire, altrimenti un loro ridimensionamento sarebbe cause di disastri  davvero rilevanti.

Quanto alle sette più grandi banche presenti sul territorio cinese, esse hanno stimato un incremento di entrate pari al 16 % per ogni anno (cifre da capogiro se pensiamo alle “analoghe” situazioni della banche in Europa e America), tuttavia come spesso capita tali dati impressionano i lettori più superficiali e meno attenti, poiché è sufficiente una lettura leggermente più approfondita sulla questione per prendere coscienza di come, in realtà, il sistema bancario cinese sia in preda di due grossi problemi,i quali (come sempre avviene in questo paese) vengono celati e fatti passare in secondo piano rispetto alle grandi cifre che impressionano i piccoli concorrenti esteri e danno un immagine di una Cina forte e ormai intramontabile, cosa che, malgrado tutto, proprio non è, ma immagine ed idea che il Governo Popolare certo ha interesse a mantenere e coltivare il più possibile.

I problemi che dunque insidiano questo sistema bancario sono da una parte il pessimo piano di gestione del debito pubblico da parte dei governi locali regionali; dall’altra il piano di prestiti pubblico ad enti ed organismi “privati” del tutto male organizzato e gestito.
Analizzando il primo, tali debito in seno alle banche ammontano ad una cifra compresa tra 1500 mld € e 1700 mld € ($ 1.6 trillion) registrata in questo settembre, mentre invece le stime della agenzie private straniere parlano di una cifra maggiore del 25 – 30 % in più. Problema correlato è il fatto che la principale fonte di finanziamento di tali banche non sono entrate differenti e/o continue nel tempo, bensì sono costituite al 50 % da iniziazioni di capitale operate dalla stessa Banca centrale, che stampa moneta per sostenere tali banche le quali, a loro volta, rappresentano la quasi esclusiva fonte di finanziamento dei governi locali i quali, infine, finanziano e concedono prestiti ai privati. Come si può facilmente osservare e comprendere, tutto questo costituisce una catena insana e malata fondata su ampie zone di debito lasciate incontrollate, le quali se dovessero risultare in un futuro non tanto remoto non più gestibili, si avrebbe una situazione nella quale i governi centrali non potrebbero più concedere prestiti né i privati a loro volta restituirli: in parole semplici si avrebbe una crisi di proporzioni preoccupanti.

L’altro aspetto destante serie critiche è la gestione della proprietà privata in un sistema social comunista di questo tipo, nel quale essa non rappresenta un valore nonostante sia il punto centrale di ogni economia che, dunque come anche quella cinese, miri e aspiri a portare il paese ad un livello di crescita e sviluppo al pari dei Paesi occidentali. Se si comprende come tutto questo non sia possibile se non attribuendo alla proprietà privata (e dunque ai prestiti ai nuclei famigliari) un ruolo rilevante, d’altro canto l’originalità di tale modello consiste proprio nella concentrazione (di diritto) della proprietà in mani statali, mentre (di fatto) in mani private.

Se si prende di riferimento un dato come il NPLs (non-performing loans)[1], la situazione appare formalmente abbastanza ottimale (il livello di questi prestiti è solo dell’1%). Tuttavia si comprende come questo dato sia un indicatore irreale, poiché le ingenti  e spropositate politiche di liquidità portate avanti dalla Banca Centrale costituiscono o dovrebbero costituire il primo campanello d’allarme per ogni investitore straniero di come la situazione sia di fatto critica, sebbene sulla carta i numeri esponenziali riescano ad oscurare l’oscurabile.



[1] Prestito che è in default in partenza oppure che è molto vicino dall’esserlo a breve termine dalla sua emissione. La maggior parte di tali prestiti risulta in default dopo 3 mesi dalla sua costituzione.