Gli accordi di Camp David del 1979 tra Tel Aviv e Il Cairo, i quali sancirono la demilitarizzazione del Sinai, non sembrerebbero in grado di garantire la sicurezza della penisola. Sono decenni ormai che l’assenza di un vero piano di difesa ha permesso ai gruppi armati ed isolati, spesso figli della “jihad” islamista, di emanciparsi nell’area al servizio della destabilizzazione della regione. Non a caso proprio l’anno scorso quando ebbe luogo la “crisi di Rafah” (il valico tra l’Egitto e la Striscia di Gaza) lo sceicco Khalaf al-Maniei, esponente della tribù beduina degli al-Sawarka che risiede nel Sinai del nord, aveva confessato all’agenzia palestinese Maan che da quando Mohamed Morsi aveva sostituito Hosni Mubarak ai vertici egiziani, vigeva quotidianamente una situazione di anarchia nella quale i gruppi armati jihadisti potevano addestrarsi in totale libertà, soprattutto nella parte settentrionale. In un anno e mezzo il governo gestito dai Fratelli Musulmani non è stato in grado di fermare l’eccidio di violenza nella penisola, di fatto la prima decisione dell’esercito è stata quella di lanciare un’operazione di vasta scala nella Penisola contro “gang armate e terroristi” con l’impiego coatto di artiglieria pesante e aviazione.

Nel frattempo per porre rimedio alla crisi del Sinai, il valico di Rafah è rimasto chiuso a tempo indefinito, a discapito della Striscia che continuerà a rimanere isolata. Il Cairo sarebbe convinto che dai tunnel sotterranei militanti di Hamas, il partito islamico che governa Gaza, entrino in Egitto per unirsi a gruppi armati jihadisti per condurre attacchi al nuovo potere insediatosi nel Paese. Un’eventualità che sarebbe dimostrata dall’uccisione, pochi giorni fa, di 32 membri di Hamas in Sinai, il quale da parte sua ha smentito le accuse.

Ieri invece, mentre il premio Nobel per la pace El Baradei giurava nelle mani del nuovo presidente ad interim Adly Mansour, assumendo il ruolo di vicepremier con delega agli Affari Esteri, l’area è diventata, di nuovo, teatro di tensione. Un gruppo armato ha lanciato poco dopo mezzanotte un missile nel Sinai contro un veicolo blindato della polizia, ma ha colpito un autobus che trasportava operai che erano diretti in una fabbrica di cemento, uccidendo tre lavoratori e ferendone altri 17. L’attacco è avvenuto a el Arish, capitale del Governatorato del Sinai del Nord, una delle zone più insidiose per le forze di sicurezza. Dopo l’attacco terroristico, i militanti avrebbero fatto saltare una stazione di polizia in costruzione nella zona centrale della penisola facendo detonare degli esplosivi.

Il segretario generale del Partito Libertà e Giustizia, quello di Mohammed Morsi legato ai Fratelli Musulmani, Hussein Ibrahim, sulla sua pagina Facebook ha condannato questi ultimi attacchi, definendoli “messi in piedi” con l’intenzione di trascinare il Paese verso la violenza e per giustificare “il colpo di Stato contro la legittimità del governo precedente”. I fatti però raccontano una storia diversa da quella del fratello musulmano Ibrahim. Le violenze da parte dei gruppi militanti sono in realtà aumentate a seguito della destituzione di Morsi, prendendo di mira stazioni di polizia e posti di blocco per portare l’esercito via dal Sinai, fino a causare il bombardamento di un gasdotto di collegamento con la Giordania.