L’Europa c’è. Forse si può iniziare così un commento su queste recenti votazioni per il parlamento europeo; i popoli europei, la scelta del plurale non è un caso visto gli aberranti tentativi di omogeneizzazione perpetuati in questi difficili decenni, hanno dato ampli segnali di una profonda insofferenza verso l’attuale stato di cose in cui versa il vecchio continente, al contempo hanno tracciato un solco entro il quale la cara Europa sogna di rinascere.

Risalta all’occhio il trionfo di Le Pen in Francia, rompendo di fatto il muro profondo che impediva qualsiasi tipo di cambiamento all’interno della Quinta Repubblica; né UMP, né socialisti, questa volta è il Fronte Nazionale a trionfare e, questa volta, non si può dar credito nemmeno a chi imputa la debacle degli ex principali partiti all’astensionismo, visto che oltralpe la percentuale di votanti è cresciuta rispetto al 2009.

Ma proprio dal dato dell’astensionismo è bene ripartire, per capire il segnale molto profondo dato dai popoli europei; era dal 1979, ossia dalle prime elezioni per il parlamento di Strasburgo/Bruxelles (nemmeno i diretti interessati forse sanno dove devono recarsi prima), che il dato sull’affluenza non calava. Dopo quelle consultazioni, il numero di cittadini andati alle urne è sempre calato ad ogni quinquennio; adesso invece, è salito, anche se non di molto ed anche se si rimane ben al di sotto del 50%, ma il fatto che il numero di elettori attivi sia aumentato, è significativo di come molti cittadini abbiano voluto dare un profondo avvertimento alle tanto distanti burocrazie comunitarie.

Mai come quest’anno le europee hanno quindi rappresentato un qualcosa di sentito per l’opinione pubblica, mai in Europa ci si era fermati per guardare con interesse ai dati di queste consultazioni; la geografia politica del vecchio continente, rispetto al 2009, è radicalmente mutata.

L’Europa fino a cinque anni fa, era formata da paesi che, volendo emulare il sistema bipolare americano, erano dominati da due grandi formazioni politiche, genericamente divise tra destra e sinistra. Oggi questo non c’è più; nel corso di questo quinquennio, la crisi ha disintegrato il consenso ai maggiori partiti, ha fatto emergere valori ed ideali dipinti come populisti, euroscettici oppure ancora come “fuori dall’arco istituzionale”. Ormai, in nessun paese esiste più la netta divisione destra/sinistra, anzi in quasi tutti gli Stati europei i governi sono formati da grandi coalizioni, in cui i partiti tradizionali un tempo falsamente antagonisti, adesso guidano assieme gli esecutivi, pur di arginare l’avanzata degli “altri”.

La Francia, come detto, è il caso più eclatante, con il Fronte Nazionale che surclassa UMP e socialisti, ma anche in Gran Bretagna l’UKIP di Farage ottiene un impressionante 31%, soppiantando Laburisti e Conservatori, demolendo ciò che restava del bipolarismo British. Ma anche in Spagna il dato è più che sorprendente; in un paese dove fino a due anni fa PSOE e PPE si dividevano assieme l’80% dell’elettorato, lasciando le briciole ai vari partiti locali delle comunità autonome, adesso il PPE è crollato al 26%, il PSOE al 23%, aprendo la strada a formazioni fino a ieri sconosciute come, in primis, a “Podemos”, partito nato dagli Indignados, che con i suoi 5 deputati è la quarta forza politica del paese. Sempre in Spagna, desta scalpore anche il crollo in Catalogna del CIU, da sempre il partito guida della “Generalitat” catalana, superato da Esquerra Repubblicana. Poi ancora, in Grecia sono spariti ormai quasi del tutto PASOK e Nuova Democrazia, i principali artefici delle politiche di austerity che hanno mandato in rovina il paese ellenico; adesso, è Syriza di Tsipras la nuova forza di maggioranza. In molti, sono scettici circa il reale antagonismo all’Europa attuale di tale formazione politica, visto che il suo leader, che ha dato il nome ad una lista italiana, si è spesso dimostrato molto ambiguo sulle tematiche inerenti l’Euro e le stesse politiche di austerità. Sempre in Grecia, il 10% di Alba Dorata è un altro segnale di dura contrapposizione all’attuale stallo sociale ellenico.

Successo dei cosiddetti euroscettici anche in Austria, con il FPOE che ha raddoppiato i voti rispetto al 2009, confermando anche la crescita riscontrata in occasione delle legislative del 2013; successo nazionalista anti UE in tutti i paesi scandinavi: in Danimarca, Finlandia e Svezia infatti, i partiti scettici sul futuro europeo di questi stati hanno oltrepassato la doppia cifra in termini percentuali.

Era invece previsto il successo del premier Viktor Orban in Ungheria, vista la vittoria ottenuta ad aprile nelle legislative; il suo partito, è andato oltre il 50%, confermando il gradimento verso quello che viene ritenuto come il governo più anti UE del lotto dei 28 paesi membri.

Cosa implica tutto ciò? Il successo singolo dei partiti contrari alle aberranti politiche europee degli ultimi anni, ha rosicchiato molti deputati al Partito Socialista Europeo (che racchiude i partiti di centrosinistra) ed al Partito Popolare Europeo (che invece racchiude quelli di centrodestra) ed anche a Strasburgo (e Bruxelles) destra e sinistra saranno probabilmente costrette ad allearsi in una grande coalizione in salsa comunitaria per formare la nuova commissione. Dunque, anche se probabilmente non si formerà un unico grande blocco contrario alla direzione presa dall’UE negli ultimi anni, però l’avanzata dei cosiddetti euroscettici ha fatto in modo che anche nel parlamento europeo i due ex grandi blocchi debbano condividere in condominio il potere, visto che da soli non ne hanno più la forza numerica (ed umana).

Considerazioni a parte meritano invece Germania ed Italia; a Berlino, la Merkel tiene, ma avanzano anche gli euroscettici che con la lista dell’Afd vanno al 7% e dove anche il “Partito dei Pirati” ed i neonazisti hanno ottenuto il quorum per avere un deputato a testa. In Italia invece, nulla sembra cambiato ed i venti dei dibattiti europei hanno solo aleggiato lungo tutto lo stivale, rimasto al di fuori del cambiamento politico/culturale manifestato nel resto d’Europa.

In definitiva, l’UE non cambierà certo da adesso; il parlamento europeo infatti, può fare ben poco, purtroppo la fase decisionale non è più in mano alla politica da un bel pezzo, ma l’avanzata del fronte euroscettico, è molto importante, se non da un punto di vista pratico, da un punto di vista simbolico: dimostra infatti, che le alternative, un tempo definite “invotabili”, oggi sono forze di governo, dimostra che il dibattito è più vivo che mai e che rompere alcuni tabù imposti dalla politica e dai media negli ultimo decenni non è più politicamente scorretto, bensì parte integrante delle discussioni politiche. Insomma, sembra che il primo colpo al muro formato da bandiere blu a dodici stelle, sembra essere stato molto doloroso e, con una crisi sempre più dirompente, la volontà degli europei di riprendersi il proprio continente e di tornare a decidere in maniera sovrana sui temi inerenti la stessa sopravvivenza dell’Europa, andrà sempre più a crescere. La prima barriera lungo il cammino verso la risurrezione della cara vecchia madre europea, domenica è stata divelta