La Sardegna è una tra quelle regioni che, in Italia, maggiormente stanno pagando l’attuale congiuntura economica negativa. Le statistiche esplicitano una situazione desolante: se a reggere, pur a malapena, è il settore agricolo, il sistema industriale e quello dei servizi stanno andando letteralmente in rovina. A contrarsi, di conseguenza, non è stata soltanto l’attività produttiva, ma anche e soprattutto la qualità delle condizioni del mercato del lavoro, che si vanno facendo sempre più flessibili e prive di garanzie. I fattori che costringono l’economia sarda in ginocchio, però, non sono esclusivamente congiunturali, legati cioè alle difficoltà che la maggior parte dei Paesi capitalistici occidentali in questi anni stanno affrontando; questi fattori sono soprattutto strutturali: è’ difficile perciò, in questo senso, non includere la Sardegna nel blocco delle regioni del Mezzogiorno italiano, sebbene non esista una precisa continuità geografica e culturale. In termini economici e, soprattutto, politici, la Sardegna e i sardi sono sempre stati subordinati a un dominio esterno, in ultima istanza alle classi dominanti italiane.

Anche senza andare troppo indietro nel tempo, senza evidenziare quindi la gestione coloniale che già il Piemonte preunitario adottò nei confronti della Sardegna, è possibile mettere in luce le logiche attraverso le quali lo Stato italiano è riuscito, dal secondo dopoguerra, a relegare la Sardegna in una posizione di esplicita sottomissione agli interessi altrui. Innanzitutto la Sardegna è, ancora oggi, una vera e propria colonia militare. Il suo territorio accoglie circa il sessanta percento di tutto il demanio appartenente alle forze armate; l’isola si ritrova così ad essere disseminata di basi militari decisamente nocive e inquinanti dal punto di vista sanitario e ambientale, ma necessarie alle strategie di espansione nel Mediterraneo della NATO (basti pensare che, fino a poco tempo addietro, nella acque della Sardegna erano ospitati i sommergibili nucleari dell’esercito statunitense). Storicamente, la Sardegna è stata costantemente e sistematicamente depredata delle sue risorse, che certamente le avrebbero permesso di evitare il circolo vizioso del sottosviluppo a cui è stata indotta.

Le gigantesche emigrazioni di fine Ottocento, continuatesi per buona parte del Novecento, oltre ad aver spopolato l’isola e ad aver distrutto il suo tessuto sociale, oltre ad aver reso fragile la struttura produttiva sarda, hanno fornito manodopera a basso costo alle regioni del blocco capitalistico europeo che si avviavano sulla strada dell’intenso sviluppo industriale, soprattutto quindi al grande capitale del triangolo Genova-Milano-Torino. Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, provvedimenti come quello della Cassa per il Mezzogiorno si sono risolti nell’incondizionata apertura, a favore del grande capitalismo italiano e internazionale, del territorio sardo, che ha dovuto accollarsi gli enormi costi ambientali e sociali (come l’aumento costante del tasso di disoccupazione) dei processi della produzione chimica e metallurgica, ottenendo in cambio una tipica situazione di “industrializzazione senza sviluppo” e la subordinazione della propria struttura produttiva alle logiche del profitto privato. Ancora oggi l’economia e i processi produttivi della Sardegna sono segnati in maniera fortemente negativa fondamentalmente da due fattori: la mancanza di credito (sia da parte degli istituti bancari sia sotto forma di investimento pubblico) e l’eccessivo costo dell’energia.

Per quanto riguarda il primo, è stato rilevato che lo Stato italiano ha accumulato un debito, nei confronti della Sardegna, che si aggira intorno ai dieci miliardi di euro, derivante da procedimenti illeciti di gestione fiscale che non hanno riversato nelle casse dell’amministrazione sarda buona parte delle entrate a essa spettanti in base alla sua condizione di regione a statuto speciale. Per quanto riguarda invece la questione energetica, la Sardegna è stata relegata nella condizione di serbatoio energetico a disposizione del grande capitalismo settentrionale. Infatti il territorio sardo non soltanto già produce, attraverso le sue tante fonti di approvvigionamento, l’energia necessaria al proprio sostentamento, ma anche un surplus che viene, però, sistematicamente svenduto dalle società italiane di distribuzione energetica.

Nonostante la sua grande capacità di produrre energia, quindi, attraverso la speculazione effettuata dalle grandi aziende di mediazione del mercato, la Sardegna paga una tra le più costose forniture energetiche d’Europa. E’ chiaro così che, nelle condizioni esposte, un cambiamento a livello politico, che possa essere in grado di ridare ai sardi la facoltà di decidere del proprio destino, sia fortemente invocato. Questa istanza di cambiamento sembra poter essere incarnata dal ritorno in auge delle forze legate all’indipendentismo sardo. Nonostante la frammentazione dei movimenti legati a questa corrente, infatti, Michela Murgia, candidata alla carica di presidente della regione alle elezioni del prossimo 16 febbraio, che ha esplicitamente aperto alla prospettiva indipendentista in caso di vittoria, sembra poter mettere in crisi le logiche partitiche esistenti, che hanno avuto un ruolo fondamentale, dal secondo dopoguerra in poi, nel mettere in ginocchio la Sardegna.