Per decenni l’Occidente ha proseguito la sua “missione” di redenzione laico-materialista dell’umanità. La neo-lingua la chiama “missione umanitaria”. Forte della sua convinzione messianica e civilizzatrice, ha dovuto però fare i conti con la regione arabo-musulmana. Nel nome della guerra alla Jihad, ha legittimato la sua Guerra Santa. La teoria di Fukuyama è stata così rinnovata dalla “dottrina Huntington”, che prende la denominazione dal suo teorico, Samuel Huntington. Precursore dell’ideologia neoconservatrice, il politologo nordamericano nel suo saggio-manfesto Lo scontro delle civiltà preconizzò nel 1996 la quarta guerra mondiale, una guerra etnica, lo scontro titanico tra due civiltà (costruite artificialmente e semplicisticamente), quella arabo-musulmana e quella giudaico-cristiana. Il primo conflitto del Golfo (1991), l’attacco alla Serbia (1999), l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan (2001), poi quella dell’Iraq (2003), l’aggressione alla Libia (2011), le pressioni alla Siria e all’Iran (2012-2013) sono solo i piccoli-grandi passi di un progetto globale. Un progetto egemonico, che con il pretesto di sradicare il terrorismo oppure di esportare la democrazia e i diritti umani, ha legittimato l’intervento del suo apparato militare nei Paesi sovrani della macro-regione.

Se nei primi anni l’Occidente era riuscito ad imporsi sui suoi rivali senza troppo difficoltà, con il passare del tempo i suoi oppositori sono riusciti ad organizzarsi e a creare un vero e proprio asse della resistenza, la “mezzaluna sciita”, che ha rilegato l’Iran degli Ayatollah, Hezbollah (il partito di Dio libanese) passando per la Siria di Bashar Al Assad e gode del sostegno internazionale della Russia di Vladimir Putin. Per recuperare terreno, gli Stati Uniti, Israele e l’Unione Europea hanno stretto un’alleanza con le petro-monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita. Ex colonia inglese (l’Inghilterra dovette riconoscergli l’indipendenza nel 1927), oggi è uno Stato retto da una monarchia assoluta di carattere wahabita (fondamentalismo coranico) che vede al vertice la dinastia Saudita (che prende il nome dal suo fondatore del Paese, Ibn Saud). Dal punto di vista politico-governativo a quello sociale, l’Arabia Saudita rappresenta l’esatto opposto dei valori sui quali l’Occidente post-industriale e illuministico dice di fondarsi. La verità, la giustizia, la libertà e la democrazia – quella vera – sono in realtà terminologie sconosciute agli alleati occidentali, ed è qui il vero paradosso.

In Arabia Saudita vengono violati quotidianamente i diritti fondamentali dell’uomo: esiste la più violenta oppressione delle minoranze religiose e politiche della regione, i prigionieri sono sottomessi alla tortura o alla pena di morte, il potere è una questione familiare dove il popolo può solo guardare, gli extra-comunitari vendono a qualche sceicco la loro forza-lavoro per qualche Ryial e le donne si battono per la sola libertà di ottenere la patente di guida. La Siria – vittima per più di due anni di una guerra mediatica senza precedenti da parte dell’Occidente – a differenza dell’Arabia Saudita, è una nazione laica e multi-etnica, dove le moschee sorgono accanto alle chiese, dove lo scontro religioso si è convertito in pacifica convivenza, dove le donne studiano, lavorano, ricoprono cariche elettive, votano, hanno un ruolo sacrosanto all’interno della famiglia. Difendere la Siria, significa sostenere noi stessi, i nostri valori, la nostra cultura, ma l’Occidente dei Lumi è in realtà una civiltà decadente, paradossale, che preferisce la barbarie della globalizzazione economica, i dollari, i petro-dollari, le armi e barili di petrolio dell’Arabia Saudita, piuttosto che i grandi insegnamenti che la Siria ha da dare al mondo intero.

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