Corsi e ricorsi storici, verrebbe da dire. Questo forse può essere il paradigma in grado di spiegare l’attività neo-colonialista della Cina in Africa, che negli ultimi dieci anni è diventata gradualmente ma progressivamente sempre più incisiva. La Cina, come noto, svolgendo un ruolo ormai di prima fascia nell’equilibrio politico-economico mondiale, sta sviluppando un vero e proprio sistema capitalistico di stato, accantonando le radici e i valori sui quali la Repubblica Popolare era stata fondata, seguendo fedelmente le orme delle politiche occidentali del secolo scorso. Se, come vero, la Cina possiede oggi tutti i requisiti per ambire al ruolo di prima potenza mondiale, non poteva mancare una vera e propria politica colonialista sul suolo africano, da sempre ricco di risorse. Pechino, da ormai una decina di anni, ha cominciato a costruire una solida rete di alleanze  e di creare una vera e propria area di influenza in questa immensa parte di mondo, dove potrebbe trovare una base che agevoli i suoi progetti strategici.

Oggi, la Cina ha ingenti interessi economici nel continente, come dimostrano le massicce partecipazioni nelle banche africane, l’ospitalità loro offerta per le conferenze, ma, soprattutto, gli investimenti cinesi nel continente, che sono enormi. Penetrazione commerciale, sviluppo nella collaborazione nel settore delle fonti energetiche, investimenti e crediti agevolati sono solo alcuni dei fattori della sempre maggiore influenza cinese nel continente africano. Ragionevolmente gli interessi sono concentrati prevalentemente nel settore delle materie prime, che rappresentano il motivo principale della presenza cinese nel continente, analogamente a quanto accaduto nel secolo scorso. Ma, se da un lato, la dinamica di quest’attività, perorata dalla Cina negli ultimi anni, manifesta le stesse prerogative e gli stessi fini delle potenze occidentali, dall’altro le modalità con cui si presenta sono differenti. Pechino, infatti, a differenza di quanto fecero gli Occidentali nel secolo scorso, tende ad applicare alla lettera i principi di non ingerenza e di assenza di precondizioni nella concessione di prestiti, crediti e aiuti, poiché, a differenza del Fondo Monetario o della Banca Mondiale, i cinesi non vincolano il proprio impegno economico al rispetto dei principi di leale concorrenza.

Per raggiungere il fine ultimo, è in atto una vera “colonizzazione culturale” funzionale alla diffusione del “mito” cinese nel continente africano, che investe due livelli: da una parte i politici, gli economisti e i liberi pensatori, volta a sedurre le menti africane e dunque a indurle ad abbracciare ed accogliere la Cina come “buon investitore”, dall’altra le masse popolari africane per radicare una percezione positiva nei confronti della Repubblica popolare, attraverso mezzi più pragmatici, come ad esempio la diffusione della tv cinese, essenziale per indottrinare anche le fasce meno agiate, in grande prevalenza. Oggi, a testimonianza di quanto detto, piovono forti accuse di neo-colonialismo nei confronti della Cina, che Pechino respinge fortemente, rispolverando tuttavia le stesse tematiche che gli occidentali utilizzarono a loro tempo, come per esempio il forte impulso dato allo sviluppo in intere aree arretrate. La Cina, affermando dunque fortemente la supremazia sul continente africano, ha ormai tutte le credenziali per diventare a tutti gli effetti la prima potenza mondiale.