Le recenti elezioni europee hanno confermato le aspettative previste, almeno per quanto riguarda la realtà politica italiana (ma anche a livello continentale). Specificatamente, ulteriori conferme sono giunte anche dal Mezzogiorno, dove la prospettiva di cambiamento era praticamente inesistente. Alla luce dei risultati, è possibile confermare che la realtà strutturale del sottosviluppo meridionale non accenna ad alcuna svolta, vista soprattutto l’immutata composizione delle classe dirigente di quest’area geo-economica. Infatti, le elezioni europee hanno rappresentato un esperimento necessario per capire e analizzare in che direzione si stesse spostando la corrente a cui sono aggrappate le classi dominanti meridionali, e, viste le conclusioni, è possibile confermare che il vento è lo stesso di sempre.

Tra i tanti eletti nelle circoscrizioni Sud e Isole, i nomi non sono cambiati: Fitto, Pittella, Patriciello, Soru, Cicu non sono che gli esponenti di punta di quella lumpenborghesia a cui è stato affidato il controllo del sottosviluppo delle regioni del Mezzogiorno. Una borghesia incapace, in realtà, di giocare un ruolo di primo piano a livello internazionale, e perciò costretta a sfruttare le possibilità di rendita offerte dagli incarichi pubblici e dall’autorità socioeconomica che questi comportano. Frantz Fanon descriveva la borghesia sottosviluppata dei Paesi coloniali come una formazione sociale totalmente impotente, e perciò costretta, pur di mantenere rapporti di forza ad essa favorevoli, ad investire sui mercati dei prodotti locali, nei settori dell’artigianato, dello svago di massa e del turismo, propagandati come necessari allo sviluppo del territorio e, di conseguenza, altamente redditizi (esclusivamente, però, per una minoranza della popolazione). Una borghesia, in pratica, incapace di svolgere un ruolo di primo piano, e costretta ad accontentarsi di essere l’organizzatrice di <parties> per le forze sociali gerarchicamente ad essa superiori. Di questo tipo è l’attuale borghesia meridionale, che a sua volta non è diversa da quella che, per quasi due secoli, ha svolto il ruolo di intermediario coloniale necessario alla selvaggia spoliazione capitalistica del Mezzogiorno. E gli esponenti dei partiti nazionale di massa delegati dalle regioni meridionali confermano questo giudizio.

Basti pensare alla figura di Fitto, che incarna pienamente la realtà del clientelismo meridionale, fenomeno determinato non dalla mancanza di coscienza politica degli elettori, ma dalla mancanza di una struttura produttiva in grado di non concedere un’autorità ancora maggiore a coloro i quali svolgono il ruolo di “cinghia di trasmissione” tra il governo nazionale e le periferie geografiche. Oppure basta pensare a Patriciello, imprenditore che opera nel settore dei servizi, condannato proprio in seguito ad un abuso d’autorità. Infine, l’ex governatore della Sardegna, Renato Soru, a cui è certamente imputabile il fatto di aver permesso che l’occupazione statunitense dell’isola continuasse, nonostante un’opposizione che si è rivelata fin troppo inefficace. Dopo questa tornata elettorale, si confermano interamente tutte le caratteristiche imperialistiche che l’Europa ha mostrato a lungo. Per il Mezzogiorno, anche in virtù dei “rappresentanti” nominati nelle sue circoscrizioni, si profila ancora il ruolo di periferia economica.