Era il maggio del 1984 quando i maggiori giornali nazionali riportarono la notizia degli otto milioni di quintali di agrumi finiti sotto le ruspe nella sola Sicilia, per essere distrutti e resi inutilizzabili: una soluzione valida e necessaria, anche secondo l’Unione Europea, contro l’abbassamento del prezzo di questi beni agricoli in virtù di un surplus produttivo troppo rilevante. Naturalmente, è da rilevare che, da allora, la tendenza non si è certamente invertita, e che soprattutto, ogni anno, fenomeni del genere interessano non soltanto la regione siciliana, ma tutti gli altri territori meridionali interessati dalle produzioni agricole mediterranee. Una cosa è certa: eventi di tale portata distruttiva non sono causati né dalla mancanza di imprese di trasformazione sul territorio, né dalla cattiva qualità del prodotto. E’ la logica capitalistica ad essere colpevole di tutto ciò e, di conseguenza, nel contesto continentale, è l’Unione Europea ad essere il primo responsabile. Come è possibile, infatti, pensare a forme di protezione per le coltivazioni comunitarie mediterranee, se, allo stesso tempo, viene incentivata la concorrenza a basso prezzo proveniente da Turchia, Algeria, e Israele? Sembra un paradosso; questo, tuttavia, è facilmente spiegabile.

L’Unione Europea non ha nessun interesse a proteggere le produzioni agricole mediterranee (tra cui, quindi, quelle che fanno riferimento alle regioni del Mezzogiorno italiano), e anzi fa di tutto affinché il prezzo di queste sia sempre più basso. E’ questo il fenomeno dello scambio ineguale, attraverso il quale l’Europa che conta, ovvero l’area industrializzata e imperialista centro-europea, in primo piano riesce ad assicurarsi materie prime e generi alimentari a bassi prezzi, sfruttando la concorrenza di Paesi esterni che utilizzano forza lavoro in regime di semi-schiavitù; ed in secondo piano, allo stesso tempo, esporta i propri prodotti industriali di alto valore. Si instaura, in questo caso, un vero e proprio regime di scambio coloniale tra una regione centrale sviluppata e numerose aree periferiche, che nello scambio hanno la peggio. E’ anche il caso del Mezzogiorno italiano, che rientra tra queste ultime, nonostante ufficialmente questa zona geo-economica non appartenga ad un’area esterna alla comunità europea. Inoltre, ancor più rilevanti sono le conseguenze che derivano da questo stato di cose. Sarebbe impossibile spiegare lo sfruttamento disumano degli emigranti (in maggioranza africani) nelle campagne meridionali senza fare riferimento alla situazione di impoverimento sempre maggiore che caratterizza il settore primario in queste regioni. Anche l’impossibilità da parte dei coltivatori di reagire alle pretese costantemente al ribasso presentate dalle multinazionali del settore alimentare sono dovute a questo stato generale di sottosviluppo imposto alla produzione meridionale.

Ma, ancora più evidente, è la contraddizione fondamentale che caratterizza, dopo ogni raccolto annuale, la distruzione di ingenti quantità di valore racchiuso nei vari beni agricoli. E’ nient’altro che la contraddizione di fondo del sistema capitalistico, che genera miseria e non è in grado di assicurare ai tre quarti della popolazione mondiale condizioni di vita decenti. Marx poneva, come elemento fondamentale della successione da un periodo storico ad un altro, la contrapposizione tra lo sviluppo dei mezzi di produzione e la forma vigente dei rapporti di produzione. Insomma, almeno dal punto di vista storico, in un contesto come quello attuale, caratterizzato dall’abbondanza, dall’immenso sviluppo delle forze produttive e dal sempre maggiore successo dell’uomo nel limitare le conseguenze negative dell’agire naturale, non è coerente che tutto ciò conviva con una disoccupazione dilagante e con una disuguaglianza sempre maggiore tra ricchi e poveri.