(Inviato in Libano, R. C.)

C’è preoccupazione nell’aria. A Beirut i bar sono meno gremiti del solito, e più volte si possono ricevere consigli del tipo “stasera è meglio restare a casa”… se si chiede il perché di tutta questa preoccupazione, la risposta appare quanto mai vaga: “Così, per sicurezza”. La verità è risaputa: non è una buona stagione per il Libano. Con il conflitto in Siria, la violenza (che non conosce frontiere o arresti) rischia di ritornare anche nel “Paese dei Cedri”.

Tripoli (da non confondere con la capitale libica), città situata nel nord del Paese e seconda metropoli del Libano per numero di abitanti, è stata messa in quarantena. Avvicinarsi alla città senza permessi è difficile, solo pochissimi riescono a entrare. La città ha vissuto momenti difficili: nelle ultime due settimane sono scoppiati scontri tra gli alauiti libanesi e i sunniti radicali, scontri che hanno infuocato parecchi quartieri della città. Il bilancio dei morti è ancora incerto, si parla di una ventina di vittime accertate e qualche centinaio di feriti. La situazione non è quindi delle migliori, perché anche se gli scontri riguardano solo una minima parte del Paese (Tripoli e la sua regione situata a sud di Aleppo) e due gruppi distinti (alauiti libanesi e sunniti radicali), il virus può contagiare anche il sud del Paese dei Cedri, e far ripiombare l’intera regione in una guerra civile. Prima degli scontri, altri eventi avevano messo in pericolo la stabilità del Paese. In Siria, membri dell’ESL hanno rapito nei mesi precedenti molti di quei libanesi sostenitori del regime siriano. In rappresaglia, Membri di quelle stesse famiglie in Libano hanno rapito espatriati sauditi e turchi. E così via verso un punto, sfortunatamente non irraggiungibile, di non ritorno.

L’architrave di tutta questa struttura complessa resta la Siria: finché Bachar Al Assad resterà al potere, gli scontri saranno sporadici e circoscritti. Ma se Bachar Al Assad dovesse cadere, le conseguenze potrebbero essere terrificanti. Hezbollah, il “Partito di Dio” da sempre alleato con il regime siriano, potrebbe non accettare la caduta di un sistema a lui favorevole. Gli intrecci politici della regione sono più che complessi, quasi inestricabili. Ragione in più per non sconvolgere i vari Paesi con pseudo – rivoluzioni foraggiate dall’estero, e per evitare una qualsiasi introduzione militare occidentale nella zona. La storia insegna che nulla di buono può uscire da un intervento armato. Libia docet.