The modern, developed countries told us they were the model to follow, and they have collapsed resoundingly”[1] così sentenziava Cristina Fernandez de Kirchner, Presidente attuale dell’Argentina vincitrice dell’elezioni  presidenziali del 2007.

Numerose sono le cifre e le statistiche che tutt’oggi dimostrano come le sue riforme economiche  e i suoi provvedimenti sul fronte socio-economico siano andate nella giusta direzione ed abbiano contribuito a sviluppare un paese emergente (ma non paragonabile ai cd BRIC) come l’Argentina. Tuttavia, il titolo che le si è attribuito nel suo paese, ben espresso dalla deputata argentina socialista Diana Conti “We would like an eternal Cristina” è stato conquistato a duri sforzi, soprattutto per una semplice ed incisiva mossa politica, frutto e centro di tutta la sua arte di governo:  comprendere come quegli stati sorti a modello arrogante del mondo occidentale abbiano del tutto perso credibilità dopo i disastri economici e politici che essi stessi hanno prodotto a partire dal 2006 – 2007 in poi.

Pertanto, il modello kirchneriano – estremamente coraggioso quanto produttivo ed efficiente –  non dimostra paura nell’opporsi alla “dittatura” imposta dagli Stati Uniti sull’America Latina (considerata come terra la cui “annessione” socio-economica sia cosa scontata ed ovvia), tant’è che le sue riforme politiche ed economiche sono andate tutt’altro che nella direzione “auspicata” dal FMI, producendo risultati inaspettati pure per l’entourage governativo medesimo: crescita del 2,5 % nel 2012 (anno di recessione globale), 1,6 % di PIL, 37 % in attivo di investimenti stranieri in America Latina ed Argentina (col 5 %).

Tuttavia tale aperta separazione ed avversione al modello e alla politica statunitense ha inevitabilmente prodotto – come fattore inevitabile di tutti quei paesi che provano a criticare od opporsi agli Stati Uniti – che la reputazione presso gli alleati USA e i vari sostenitori e simpatizzanti, sia repentinamente crollata senza alcuna ragione significativa se non quella di non realizzare l’interessi statunitensi e di non piegarsi al giogo a cui interi altri paesi hanno dovuto sottostare, o mediante l’intervento armato o quello – forse più pericoloso perché meno evidente dunque più difficile a vedersi – economico e finanziario. Pertanto, la sua reputazione all’estero, appoggiata dai media e dall’opinione pubblica, ha operato una sistematica distruzione mediatica della sua figura, adducendo tesi e soprattutto costruendo fatti del tutto inesistenti, per in tal modo esercitare pressioni all’interno del suo entourage per una linea politica estera più “soft” e pertanto più accondiscendente verso gli Stati Uniti, i quali sono tra i primi interessati ai giacimenti petroliferi del Paese (ma in generale, di tutta l’America Latina) cui la Presidente non ha affidato al gruppo filo-statunitense Repsol, ma a compagnie americo-latine  parastatali.
Nonostante quindi tutti gli sforzi e le pressioni per cercare di smuoverla dal suo seggio, “Quenn de Kirchner”  ha resistito ad oltranza, forte e convinta del fatto che l’unico modo per non affondare insieme agli Stati Uniti ed essere costretti successivamente a versare capitali per pagarne gli errori e le consuguenze (come sta palesemente facendo l’Unione Europea), sia esattamente quello di palesarne le incongruenze, le falle e proporre un sistema alternativo, secondo il suo indirizzo marcatamente più socialista.

Tuttavia, gli osservatori più attenti non smettono di rilevare come la situazione in cui l’Argentina oggi si trova – indubbiamente rosea considerando posizione e natura del paese – debba inevitabilmente paragonarsi allo storico ed enorme default del 2002, che provocò debiti in tutto il mondo per 100 miliardi di dollari. Senza soffermarsi sulla natura dello stesso default (il paese espressamente fu fatto fallire, senza tenere conto della complicità delle banche straniere approfittatesi della sua instabilità politica e inaffidabilità economica di allora per promettere interessi elevatissimi ai creditori disposti e convinti ad acquistare titoli di stare indubbiamente “tossici” [una di queste multinazionali è italiana, ossia il gruppo Parmalat]), il “miracolo” operato da Kirchner subito dopo il default e successivamente all’elezione che lo confermò nel 2005 è senza dubbio sotto gli occhi di tutti, se si considera, per l’appunto, la situazione economica attuale dopo esattamente 10 anni scarsi di governo filo-socialista e anti-statunitense, tant’è che dal 2007 ad oggi Cristina Fernandez si è conquistata l’appellativo della “nuova Evita Peron”.

Quale che sia l’avvenire per Cristina Fernandez, resta il fatto che ella ha potuto incrementare la crescita e la ricchezza del suo Paese (per ora, ancora) manifestando e palesando come il mondo occidentale (e non solo) non può ancora rimanere sotto il giogo e lo sfruttamento di un colosso quale gli Stati Uniti che, tramite l’intervento finanziario (FMI) o armato, impongono il loro modello economico, politico e culturale al chiaro fine di procacciarsi gli utili necessari per continuare a crescere nonostante gli errori e le perdite che proprio quel suo modello ha causato da cinque anni a questa parte.

E’ proprio il caso di dire che la de Kirchner ha provato a personificare quel pensiero controcorrente che ormai la società odierna dovrebbe comprendere, sentenziato così bene nelle parole “The world is sick, anche we are the doctors”.[2]



[1] “I paesi sviluppati e moderni ci avevo detto che essi costituivano il modello da seguire, e sono crollati clamorosamente”

[2] Iron Sky, 2012.