Lei parla della dimensione europea. Il celebre storico dell’arte André Chastel diceva che al Louvre gli italiani si riconoscevano, anche senza sentirli parlare, perché sapevano guardare un quadro. Quindi secondo lei non c’è il rischio che ciò non avvenga più?

Purtroppo un impoverimento generale della cultura di base c’è, ed è dovuto non tanto alla Scuola per come oggi essa è, ma ad una società che dà sempre meno importanza al valore della cultura stessa. Il problema è che la Scuola non dovrebbe subire cambiamenti, ma piuttosto dovrebbe essere in grado di comprenderli e di prevenirli quando sono dannosi, di cavalcarli quando sono positivi. La Scuola è stata un  troppo passiva per troppo tempo. Io in ogni caso non credo che un impoverimento tanto totale sia un rischio così imminente e forte, perché l’attenzione all’arte come entità rimane comunque una prerogativa del nostro Paese. È nel nostro DNA in qualche modo.

L’amore e la difesa per i beni cultuali in Italia è un fatto oggettivo, che si riscontra anche a livello popolare, che va oltre lo studio, e che rientra addirittura nella presenza stessa dei beni culturali all’interno del nostro vivere quotidiano. Questo lo si nota soprattutto quando si visitano piccoli centri. Fa parte del paesaggio, e quindi dell’identità, degli affetti cui si è intimamente legati. Tutto questo va poi nutrito con la cultura e la conoscenza, e quindi la scuola dovrebbe poter fare di più. Però dovrà farlo- io credo- in un modo diverso, in maniera sempre più attenta, cercando di non limitare l’interesse di questa disciplina ad una quota oraria, ma facendone qualcosa di più importante.

La Storia dell’arte è un po’ come la lingua in effetti: studiare la letteratura è importantissimo, ma prima di studiare la letteratura bisogna studiare la lingua. E così nella Storia dell’arte bisogna conoscere il linguaggio dell’arte, la sua grammatica visiva, prima ancora di conoscere quella che è l’evoluzione degli stili, o l’opera di Michelangelo, o i colori di Caravaggio.  La Scuola dovrebbe cercare di costruire questi saperi in modo più diffuso, non con due ore nel professionale e due nel tecnico, ma facendoli entrare in un sistema di sapere più vasto ed elevato.

 

Quanto potrebbero contribuire i media a fare ciò di cui Lei parla?

 Tantissimo. Io credo che la diffusione mediatica in Italia, per quel che concerne la storia dell’arte, sia molto superficiale. Quel che arriva in tv è molto annacquato, privo di problemi. Argan diceva che gli studenti hanno il gusto dei problemi, che provano piacere nel risolvere una cosa difficile. Ecco se si guarda alla comunicazione dell’arte (ma anche della letteratura e di tutte le arti) nel nostro paese, si nota come essa si limiti sempre ad un pian estetico, poco profondo e assai frammentario, per cui si va dallo spettacolo televisivo “d’elite”, da salotto, in cui si passa da un argomento all’altro senza un collegamento coerente  (e per cui poi l’osservatore non informato perde il senso delle cose), ad una narrazione molto aneddotica, cialtronesca e, per l’appunto, poco problematica.

Questa è una disciplina profondamente problematica, ed è sbagliato ridurne la trattazione scolastica all’aspetto delle ore, che è importante (c’è comunque gente che ha perso il lavoro), ma non principale. Quando si affronta la questione a livello nazionale bisognerebbe parlarne come di un bene che riguarda l’intero paese, e farne una questione qualitativa, non quantitativa.

Se c’è questa consapevolezza si può fare di più. È una battaglia che bisogna continuare a combattere, tenendo sempre presente l’obiettivo più alto, cioè capire che il cittadino completo è quel che cittadino che tra le sue competenze di base presenta anche la conoscenza del patrimonio artistico. Questo è l’obiettivo, e poiché l’obiettivo più alto della scuola è quello di formare cittadini responsabili ed autonomi, la conoscenza del patrimonio non può mancare. Questo è il punto. Non può mancare in nessuna società evoluta e democratica, e ancor di più nella nostra.

 

Storicamente, esiste un rapporto di dipendenza dell’artista nei confronti del Potere che nei secoli ha invertito il proprio segno: se prima l’artista lavorava quasi esclusivamente su commissione, e doveva quindi sottostare ai dettami del committente, in epoca recente un artista sembra insignificante se non si oppone per forza al Potere, se non si scaglia per forza contro quei pochi obiettivi etichettati come “cattivi”. Ecco, come pensa che questa Riforma dell’insegnamento dell’Arte- in ogni caso penalizzante- si collochi all’interno di questo processo? In altre parole, il ridimensionamento della Storia dell’arte può essere visto come volontà di “manipolazione” da parte delle alte sfere? 

Tutti gli insegnamenti fondanti ovviamente devono essere controllati da un sistema, a prescindere di quale siano l’indirizzo e la struttura politica della società in questione, e in una società democratica- a differenza di una dittatoriale- la cultura viene trasmessa secondo principii e valori comuni.

La Storia dell’arte è diventata una materia scolastica obbligatoria sotto il fascismo, grazie a Gentile, perché si riteneva che essa fosse fondamentale, in un’ottica di cultura nazionale superiore e nazionalistica, per la formazione di un giovane. Oggi l’arte è, in quasi tutte le sue espressioni, veicolo di valori democratici: questo discorso fatto finora sulle competenze di cittadinanza ne è l’esempio. Io, come studente e cittadino, attraverso l’arte comprendo l’evoluzione del pensiero, il concetto di bene comune, e rispetto il patrimonio perché esso è di tutta la società. E io, come Stato democratico, la insegno perché questo voler bene al patrimonio comune  può rafforzare il principio di cittadinanza e di consapevolezza di un giovane.

Sicuramente c’è anche oggi un nesso tra politica ed arte: perché l’interpretazione di un’opera, ad esempio, può essere manipolata in senso politico: può essere veicolo enormemente forte ed efficace del rispetto di valori fondanti per la nostra società. Si pensi a quel momento dell’amministrazione della città di Roma in cui la visita del Foro romano venne resa gratuita: una manovra assai interessante nel  senso del coinvolgimento della cittadinanza, perché improvvisamente il Foro divenne un bene comune. Ovviamente ci fu pure un risvolto negativo in termini di entrate, però l’idea di potervi entrare in qualsiasi momento e senza pagare un biglietto generò indubbiamente nei cittadini un senso di maggior attaccamento al monumento. Un bene comune vero e proprio, spazio condiviso. E questa restituzione al cittadino ha un significato politico enorme se ci si pensa. Ecco come usare l’arte per fare politica oggi.

In passato invece l’arte è stata, specie nei regimi dittatoriali, fortemente mortificata e censurata quando portavoce di pensiero libero, spesso definita “illecita” in contrapposizione all’arte “lecita” di regime.

Ecco, qui è davvero evidente quanto davvero l’arte sia figlia del proprio tempo e della propria cultura, e quanto essa cambi col succedersi di differenti indirizzi e sistemi politici.

Non è vero che oggi non esiste attenzione nei confronti della Storia dell’arte: magari è insufficiente, ma esiste. E il fatto che ANISA sia stata convocata in Parlamento ne è la prova. Il problema oggi non è tanto la mortificazione- com’era in passato- ma piuttosto la necessità del sistema-scuola di doversi reinventare integralmente. L’organizzazione del tempo che la scuola oggi propone, ad esempio, è un’organizzazione di inizio Novecento.

Purtroppo le riforme scolastiche sono spesso riforme di bilancio, che non considerano il cambiamento della propria utenza, degli studenti. Ecco dove sbagliano oggi la politica e, ancor di più, l’opinione pubblica: difendono la scuola di qualità difendendo la scuola di cento anni fa. Bisogna invece pensare alla scuola, agli studenti e alle metodologie di oggi se si vuole davvero essere efficaci.