E non è poi forse, anche volendosi limitare alla sola sfera economica, e quindi prescindendo da qualsiasi attenzione per la cultura in sé, l’investimento su questa disciplina un investimento che conviene fare, specie in Italia?

 

Certo! Infatti conviene sia nel senso della tutela del paesaggio e del patrimonio, sia nella costruzione di valori democratici. Se tu apprezzi quello che hai sei portato a tutelarlo, anche in termini di sfruttamento economico sostenibile.

L’organizzazione di una mostra, ad esempio, o lo sfruttamento economico di un monumento, se governati da una consapevolezza anche storica e culturale saranno sostenibili e  rispettosi di quel patrimonio; se viceversa sono orientati solo allo sfruttamento economico non lo saranno affatto. Bisogna diffondere una cultura del patrimonio, e bisogna farlo partendo dalla scuola, e in particolare dalla scuola primaria.

Bisognerebbe ripensare la formazione scolastica, partendo proprio dalle competenze di base,  tra cui dovrebbe rientrare anche la consapevolezza del patrimonio: come si frequenta un museo, come lo si conosce, come ci si lavora, cosa ci si fa all’interno, perché l’antico  il moderno possono coesistere in una città e in quale modo..

Non solo: bisogna far sì che nella Scuola questa disciplina sia anche un po’ più attraente. Quindi perché insistere un po’ di più  sull’uso consapevole del patrimonio, per esempio portando gli studenti a fare un tirocinio di una settimana in una galleria d’arte o in una casa d’aste? Perché diventa un’attività!

E lo studente può essere utile per tutelare quel patrimonio e quel bene.

Il male grande dell’aver tolto quasi completamente la Storia dell’arte dall’istruzione professionale sta nell’ averle sottratto ore e opportunità di crescita. Però va anche detto che questo Ministero adesso sta finalmente investendo soldi nella scuola: non lo si dice, ma ha investito proprio ora 15 milioni di euro in innovazioni tecnologiche, per la prima volta da anni. Quindi perché non pensare che non ci sia voglia di rilancio dei contenuti? Io credo che ci sia: secondo me con un dialogo costruttivo sarà possibile ottenere qualcosa di significativo in un prossimo futuro.

 

In quale modo la scuola potrebbe essere rilanciata, così da essere più attenta alle reali esigenze degli studenti?

Una chiave importante è quella del collegamento più stretto con l’Università. Per esempio nella mia scuola stiamo facendo una convenzione con l’ Università La Sapienza per far fare dei tirocini a studenti universitari presso il mio Liceo [il Liceo Virgilio di Roma, N.D.R.] su temi che riguardano arte, musica, letteratura e simili: loro verranno da noi e terranno dei corsi per gli studenti del triennio. Questo evidenzia la possibilità di una continuità tra due mondi fino ad oggi piuttosto separati, perché ovviamente l’Università ha interesse a stringere rapporti col Liceo- costituendo esso un importante bacino d’utenza- e il Liceo ne ha ancor di più, perché si viene a stringere un rapporto con una cultura più evoluta, alta e complessa. E questo può interessare fortemente anche la Storia dell’arte.

Si consideri che le scuole sono delle realtà culturali sempre più complesse. Io nella mia scuola tento di promuovere il bene artistico come possibile, per esempio presentando delle mostre, aiutando i ragazzi ad entrare nello spirito della cultura del patrimonio e via dicendo.

Organizzare una mostra significa scegliere i quadri, prendere contatti coi collezionisti, trovare uno sponsor, allestire uno spazio, comunicare l’arte, scrivere e pubblicare un catalogo: è un evento che tocca dall’editoria, al management alla comunicazione. E tutto questo è anche fare Storia dell’arte in Italia, perché, come si diceva prima, è anche un fattore economico.

E poi l’altra cosa che bisognerebbe fare per lanciare questa disciplina- e che, come ANISA, abbiamo fatto- è cercare di coinvolgere l’Europa. Sempre di più le politiche educative toccano la dimensione europea, quindi potrebbe essere fondamentale stringere contatti con altri Paesi quali la Francia, che ha introdotto in tutti i livelli della formazione l’Historie des artes, la Germania o l’Inghilterra, Paesi con una grande tradizione accademica di questa disciplina. E forse, facendo leva su questa attenzione per le competenze di cittadinanza e la tutela del patrimonio artistico , l’UE potrebbe farsi promotrice di un incremento delle ore di Storia dell’arte in tutti i paesi.

 

L’UE però non sembra troppo interessata in questo…

Sì e no. Nel senso che l’UE è molto interessata alle politiche educative: si tenga conto che tutte le nostre riforme, Gelmini compresa, derivano da indicazioni europee. Ed è sempre l’UE che di fatto ha stabilito dei criteri importantissimi nella formazione dei giovani, che sono quelli delle competenze di cittadinanza. Il concetto di economia della conoscenza- che adesso è quello imperante-  è stato fortemente sottolineato  già dal Processo di Lisbona.

Quindi oggi chi è che conta di più? Chi sa di più, chi ha più competenze, chi è in grado di imparare ad imparare, chi è in grado di riorganizzare il proprio sapere e di adeguarlo al mutamento dei tempi.

La difficoltà della scuola di oggi è che bisogna formare degli studenti per professioni che non esistono. Ad esempio, i miei studenti odierni del ginnasio faranno dei lavori- tra dieci, quindici o vent’anni- che oggi non esistono, e il problema è che io sto dando loro delle competenze e dei contenuti che forse tra vent’anni non serviranno più . Ed ecco quindi che una scuola efficace è una scuola che ti rende capace, quando ne avrai bisogno, di imparare cose nuove da solo, di essere autonomo e responsabile. E in questo l’UE ha fatto molto: ha promosso un tipo di formazione- che è quella cosiddetta del life long learning– secondo cui ognuno di noi, a tutte le età, deve continuare a studiare ed essere sempre pronto ad imparare.

Allora anche la formazione impartita dalla Storia dell’arte, come il saper leggere un’opera d’arte, saperla interpretare, comprenderne il significato, contestualizzarla nel passato, nel presente e nel futuro, è essere competenti, ed aiuta a costruire un cittadino più responsabile, che sarà poi in grado di collegare il presente con le radici e di individuare i valori importanti di una società.

Ecco dunque la strada da percorrere: fare di questa battaglia per la Storia dell’arte una battaglia non nazionale, ma europea, perché il patrimonio è un bene di tutti, un bene dell’umanità.