«I parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice, proporre l’espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza». Così recita il “codice di comportamento” del Movimento 5 Stelle. Ed è questa regola che sta venendo a colpire i c.d. “dissidenti”, deputati grillini che, ciascuno al proprio posto nelle aule del Senato hanno votato diversamente da quello che il Movimento aveva predisposto. Ma non era proprio Beppe Grillo a dichiarare lo scorso 11 agosto 2011 che “Ogni eletto risponderà al programma e alla propria coscienza, non a organi direttivi di qualunque tipo”, facendo riferimento specifico alla libertà di ciascuno dei futuri eletti cinque stelle? Il leader del M5S, soprattutto negli ultimi capoversi, rafforzava questa sua posizione affermando che “Oggi i parlamentari sono soltanto dei peones che schiacciano un pulsante se il capo, che li ha nominati, lo chiede. Non sono nulla, sono pulsante e distintivo. Il M5S vuole far entrare degli uomini e delle donne alla Camera e al Senato che rispondano solo alla Nazione e al proprio mandato.” E ancora “La libertà di ogni candidato di potersi esprimere liberamente in Parlamento senza chiedere il permesso a nessun capo bastone sarà la sua vera forza.”

Oggi, passati tre anni, di fronte a una reale votazione Grillo sembra però perdere la sua totale trasparenza e coerenza, probabilmente l’arma che, di fronte a degli italiani intrappolati nelle assurde e inermi logiche di partito, gli ha fatto guadagnare più voti. Ma non saranno queste stesse logiche di partito a causare la fine del suo Movimento?

Quel che è certo è che questi suoi ideali di libertà e autonomia hanno avuto scarsa applicazione pratica. La possibile espulsione dei “dissidenti” ha causato aspre reazioni sul web, la quale, di certo, non sarebbe una mossa auspicabile per il leader 5 stelle. E così Grillo sembra arrancare nel buio, parla di una “trappola” tesa ai grillini dai partiti. Che sia la stessa trappola delle Iene con le domande sulla Bce? In ogni caso, richiede ai forse 14 che hanno “disatteso il contratto” di essere “pronti a conseguenze”. A questo punto la domanda viene spontanea: la reazione di Grillo è dovuta alla strenua volontà che le “regole” del M5S vengano rispettate o al timore di allontanarsi dal potere? Com’ è possibile trovarsi di fronte a deputati e senatori che devono “confessare” di aver votato diversamente da come gli era stato detto? A leggere le loro dichiarazioni sembrerebbero tutti pentiti di non aver seguito i loro capi e la situazione sfiora il paradossale. Se è vero che, secondo la logica del Movimento coloro che ne fanno parte devono condividere le stesse posizioni, è certo che fare del Movimento 5 Stelle un branco di pecore che seguono il loro leader è controproducente. Per il Movimento stesso e per quella parte di italiani che in esso ripongono le loro speranze di cambiamento.

Per ora, comunque, a seguito della riunione dei deputati del M5S alla Camera, ogni decisione sulla possibilità di espellere i dissidenti è stata rimandata. In ogni caso, nel famoso codice di comportamento, per la decisione finale sull’ espulsione è richiesta la ratifica sul web. Ora gli occhi rimangono puntati sulle decisioni di Grillo. Nella sua brusca frenata sulla volontà di espulsione si legge la pesante possibilità che, come lui stesso ci insegna, la rete, essendo un “tribunale”, possa dichiarare il M5S “colpevole” e causarne, con la stessa velocità con cui è diventato popolare, il declino.