Analizzando l’evoluzione della politica estera nordamericana dai cosiddetti attentati dell’11 settembre alla “dottrina Huttington” (politologo statunitense autore del libro “Lo scontro delle civiltà”) ci si sarebbe chiesti immediatamente dopo “la primavera araba” quali motivazioni avessero spinto gli Stati Uniti d’America nel consentire a gruppi islamici antisionisti e pro-palestinesi di governare Paesi limitrofi ad Israele (l’Egitto pre-Morsi) o periferici ma comunque influenti nella regione (gli altri Paesi del Maghreb). A distanza di qualche mese i nodi sono venuti al pettine e gli stretti collegameti tra l’oligarchia occidentale e i governi islamisti sono diventati ormai inconfutabili. A partire dal ruolo giocato dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani, a cui fanno capo tutti i partiti politici saliti al potere dopo le elezioni “libere”.

La Confraternita è stata per anni rappresentata al gabinetto di Hillary Clinton, per il tramite di Huma Abedin (moglie del deputato sionista dimissionario Anthony Weiner), la cui madre Saleha Abedin è dirigente di un ramo della Fratellanza Globale delle Donne, ottenendo finanziamenti dal Qatar e una copertura mediatica considerevole per via dell’emittente Al-Jazeera a partire dal 2005. Ma i legami non finiscono qua, basta di fatto prendere l’esempio di Rachid Gannouchi, padre spirituale ed incontestabile di Ennahda, il partito islamico che governa attualmente la Tunisia. Definito nel 2012 dalla rivista statunitense “Time” tra le cento persone più influenti al mondo, il leader tunisino ha avuto in questi anni diversi incontri con i think-tank anglo-americani e pro-israeliani. Tra questi il “Washington Institute for Near East Policy” (fondato nel 1985 da Martin Indyk ex ambasciatore Usa in Israele oltre che fondatore dell’istituto di ricerca all’interno dell’“American Israel Public Affaire Committee”, la lobby israeliana più forte e influente negli Stati Uniti), il “Saban Center for Middle East Policy” (fondato da Haim Saban, israelo-americano tra gli uomini più ricchi del mondo), il “Council on Foreign Relations” (think tank estremamente influente che ebbe tra i primi dirigenti Paul Warburg, divenuto in seguito primo governatore della Fed statunitense) ed infine ricevendo il “premio Chatam” che si rifà al nome dell’omologo britannico del CFR nordamericano “Chatham House” (O “Royal Institute of International Affairs”).

La linea politica dei Fratelli Musulmani non è molto chiara, di fatto non fanno altro che attaccarsi a degli slogan islamici come “la soluzione è il Corano” o ancora “non abbiamo bisogno di costituzione, abbiamo la sharia”. Dal poco che si riesce a scandire dalle affermazioni disparate dei leader islamici, sembrerebbe di capire che non ci sia una volontà di restaurare di un califfato islamico o una cosiddetta “Repubblica sunnita”, e nonostante le idee siano d’impronta fondamentalista, almeno a parole riconoscono un sistema pluralista e un rifiuto della violenza come strumento politico. La politica della Confraternita è fondata unicamente sulla rivoluzione culturale islamica attraverso una serie di leggi restrittive e di facciata (leggi sul velo, sull’alcool, ecc.). Al livello geopolitico fa coesistere le relazioni con Israele e gli Stati Uniti, senza mai arrivare al punto di prendere iniziative in grado di modificare radicalmente gli equilibri regionali a favore dell’asse della resistenza che riunisce la Siria di Assad, l’Iran degli Ayatollah e il partito di Dio libanese, Hezbolllah. Mentre dal punto di vista macroeconomico la Fratellanza non sembra in grado di contrastare il sistema monetario attuale e rimettere in discussione i limiti oltraggiosi del libero mercato.

Fonte: Rinascita