di Maria Paola Frajese

Siamo in Italia nel 2012 e c’è chi ancora ci considera un paese civile, purtroppo non è una definizione che possa calzare perfettamente con il nostro paese. Ad esempio nel campo del lavoro agricolo – settore piuttosto importante nel nostro paese – ogni giorno vengono sfruttate centinaia di persone, solitamente approfittando della disperazione di chi viene a cercare quel tipo di lavoro (nel caso degli immigrati), le grandi aziende agricole che pagano somme da miseria, li fanno lavorare dalle 13 alle 16 ore al giorno in condizioni estremamente disagiate. Le zone più “colpite” da questo genere di attività sono la Campania e la Puglia, regioni che sul proprio territorio possiedono migliaia di ettari di coltivazioni di pomodori e tabacco e dove le raccolte giornaliere mettono in moto una notevole forza lavoro, i dati parlano di diverse migliaia di braccianti adibiti alla raccolta di queste derrate agricole.

Le situazioni più ricorrenti sono quelle in cui i proprietari di aziende agricole assumono lavoratori in nero, solitamente immigrati clandestini, che essendo più soggetti al rischio di espulsione difficilmente andrebbero a denunciare alle autorità le condizioni disumane della loro attività. Inoltre i campi che accolgono lavoratori di tutte le nazionalità, durante la raccolta stagionale ospitano più di 300-400 lavoratori ognuno, nonostante le capacità di pernottamento nelle tende dei campi siano nettamente inferiori al numero totale di braccianti. Quindi oltre a lavorare in condizioni di sfruttamento selvaggio durante le numerose ore di esercizio, essi sono ammassati a decine in tende troppo piccole per contenerli tutti, la maggior parte dormono per terra o adagiati su materassi comprati da loro stessi.

Nella trasmissione di La7, condotta da Fabio Fazio e Roberto Saviano, andata in onda lo scorso martedì 15 maggio, è stato invitato un giovane studente camerunense che nell’estate del 2011 ha lavorato per qualche settimana in una coltivazione vicino Nardò nella provincia di Lecce. Il giovane denuncia le condizioni di lavoro e  mette in luce i meccanismi perversi che si creano all’interno di questi campi. Il ragazzo li descrive come delle piccole comunità dove la legge è fatta dai “caporali” ovvero individui malavitosi ingaggiati dai proprietari terrieri in modo che essi gestiscano i lavoratori. I “dipendenti” non vengono solo sfruttati per quello che riguarda le condizioni di lavoro, ma inoltre, il giovane spiega come con vari sotterfugi essi vengano depredati della loro paga, faticosamente guadagnata durante tutto l’arco della giornata. Difatti egli racconta che i campi non essendo raggiungibili a piedi, vengono organizzati dai caporali dei “servizi” di navette, dei pulmini con una decina di posti nei quali si fanno salire più di 25 persone e per i quali gli sfruttatori chiedono un pagamento di 5 euro per il servizio. Ci sono casi piuttosto frequenti nei quali i lavoratori si ammalano o si sentono male, ciò dovuto alle condizioni di lavoro, e senza tener conto della situazione gli stessi caporali chiedono un “extra” per il trasporto al pronto soccorso.

Un sistema del genere non è degno di una nazione che dovrebbe considerarsi civile, come lo è l’Italia. Un sistema tollerato da tutti, dalle istituzioni, dalle aziende, dalle forze dell’ordine. Una condizione poco conosciuta dalla popolazione lontana dalle dinamiche agricole, ma per la quale la stampa dovrebbe dedicare pagine e servizi nei giornali e telegiornali, in modo tale da arginare questo drammatico fenomeno.