La vittoria al ballottaggio di Mohamed Morsi, sessantunenne egiziano, leader del Partito Giustizia e Libertà dei Fratelli Musulmani, contro il suo diretto avversario Ahmed Shafiq, l’ex premier dell’ultimo governo Mubarak, aveva fatto esultare tutti. Persino il presidente nordamericano Barack Obama che, all’indomani dell’esito elettorale aveva trasmesso telefonicamente le congratulazioni sottolineando la prossimità degli Stati Uniti, i quali avrebbero continuato a sostenere la transizione egiziana verso la democrazia. Tempo di poche settimane che questo sabato è atterrato a Il Cairo il capo della diplomazia statunitense Hillary Clinton per una visita di due giorni, durante i quali ha incontrato il neo-presidente Mohamed Morsi, il capo del consiglio militare egiziano Hussein Tantawi, e diversi esponenti della società civile, fra questi i rappresentanti della comunità copta.

I colloqui sono avvenuti in un momento importante dato che a breve i militari dovranno destituirsi e cedere il potere al leader della Confraternita, di conseguenza la Clinton, recitando il solito copione sui diritti umani e sui valori della democrazia, ha invitato il Consiglio Supremo delle Forze Armate (Csfa) a rispettare i risultati delle elezioni e ad assumere il ruolo di garante della sicurezza nazionale. Nell’incontro di sabato con il presidente Mohamed Morsi, Hilary Clinton ha dovuto affrontare il tema dei rapporti bilaterali fra i due Paesi, considerando che l’Egitto, durante il regime politico di Hosni Mubarak, è stato un alleato strategico, e inoltre ha dovuto riaprire la questione relativa al “conflitto” israelo-egiziano, invitando il leader dei Fratelli Musulmani a non rimettere in discussione gli accordi di Camp David, vale a dire il trattato di pace firmato nel 1979 tra i due Paesi (a seguito di quella firma l’Egitto ha ricevuto e riceve tuttora 1,3 miliardi di dollari l’anno dagli Usa). Mentre per rilanciare la cooperazione tra Washington e Il Cairo, il capo della diplomazia statunitense ha garantito il sostegno finanziario all’Egitto con aiuti per 250 milioni di dollari alle piccole e medie imprese e con l’apertura di un fondo americano-egiziano di 60 milioni di dollari. Tuttavia l’incontro tra la Clinton e le autorità egiziane non hanno accontentato tutti. In primis una buona parte dei cristiani copti – e tra questi anche il magnate degli affari Naguib Sawiris – che infatti domenica ha rifiutato l’incontro con il Segretario di Stato americano, accusando di favoritismo Washington nei confronti dei nuovi potenti (gli islamisti) ed a scapito delle minoranze religiose, e di altri partiti laici del Paese. Le proteste sono arrivate anche nella seconda città più importante del Paese: Alessandria.

Mentre viaggiava per andare ad inaugurare il consolato nordamericano, il convoglio di Hillary Clinton è stato bersagliato a distanza con un lancio di scarpe, pomodori mentre la folla gridava “Monica, Monica”, riferendosi alla stagista Monica Lewinsky con cui il marito, l’allora presidente Bill Clinton, l’aveva tradita. Finita la visita nel “nuovo” Egitto, il capo della diplomazia statunitense, si è recato ieri in Israele dove ha incontrato il presidente israeliano Shimon Peres e il primo ministro Benyamin Netanyahu. Nei colloqui con le autorità sioniste, Hilary Clinton ha spiegato come “i rapidi cambiamenti degli ultimi 18 mesi nei Paesi arabi hanno creato incertezza in Israele, ma sono anche un’opportunità – continuando – è un cambiamento che porta avanti i nostri comuni obiettivi nel campo della sicurezza, la stabilità, la pace e la democrazia, così come della prosperità per milioni di persone in questa regione”. Così la “primavera araba” sembra finalmente apparire per quello che è, realmente: se prima nei Paesi nordafricani vigevano regimi laici trapiantati o alleati dell’Occidente, adesso ci sono governi sunniti occidentalizzati. Fenomeno che è sinonimo di un rinnovamento politico esclusivamente di facciata. La volontà di cambiamento per i governanti e i governati non è la stessa. 

Fonte: Rinascita