di R.C.

“Vi è un fatto che molti cercano di occultare. Stiamo parlando di questi villaggi siriani, posti sulla frontiera con il Libano, e abitati da libanesi di diverse confessioni. In questi ventitré villaggi e dodici fattorie abitano circa trentamila libanesi, attaccati poco tempo fa dai sedicenti rivoluzionari siriani. In quanto compatrioti, mi arrogo il diritto di proteggere i nostri fratelli, che vi piaccia o meno!”.

– Hassan Nasrallah, capo dell’Hezbollah

Sulle rive dell’Oronte, leggendario fiume che nasce nelle montagne libanesi e attraversa le città di Hama e Homs, sorge una piccola enclave libanese in pieno territorio siriano. Sono circa trentamila i cittadini libanesi presenti in questa piccola regione situata tra le frontiere siriane e libanesi. All’interno di questa pacifica comunità, tutte le confessioni: sciiti e sunniti, cristiani ortodossi e cattolici, ma anche drusi e alauiti. In Siria per lavoro, per questioni famigliari (matrimoni “trans-frontalieri”) o per semplice scelta, questi trentamila cittadini libanesi hanno, come tutto il resto del popolo siriano, sofferto la dura realtà della guerra.

All’inizio delle manifestazioni, quando si pensava ancora che i rivoltosi fossero dei “giovani democratici”, molti di quei libanesi abbracciarono con speranza i moti popolari. Piano piano però, quando si accorsero (come molti altri), della pericolosa piega che prendeva la sedicente “rivoluzione” siriana, si ritirarono dal movimento di proteste.

I problemi per questa comunità non fecero che cominciare. I ribelli cominciarono a rapire, chiedere riscatti, organizzare delle razzie nella regione popolata dai libanesi, mettendo in piedi il loro sistema di “tasse e tributi”. E questo non piacque alla piccola comunità, che si ribellò a questi soprusi. Chiesero quindi invano l’aiuto del governo di Bashar Al Assad, troppo occupato a mantenere l’ordine nelle grandi città. La risposta del governo fu chiara e riassumibile come segue: “Vi diamo le armi ma non i soldati perché non ne abbiamo. Se volete difendervi e difendere la Siria, combattete anche voi”. Scoraggiati dagli atteggiamenti del governo, gli imam sciiti locali proposero l’alternativa: chiedere aiuto e protezione all’Hezbollah, il “Partito di Dio” sciita libanese.

La risposta non si fece attendere: l’Hezbollah inviò subito dei soldati per difendere i centri d’interesse della comunità libanese in Siria, scatenando polemiche in Libano e non solo. Perché mentre i soldati del “Partito di Dio” valicavano le montagne libanesi e attraversavano le vallate della Bekaa per raggiungere le comunità libanesi in Siria, in Libano i sunniti radicali (salafiti e wahabiti, favorevoli alla rivolta siriana) criticarono aspramente questo intervento diretto, minacciando ritorsioni contro l’Hezbollah e creando tensioni all’interno del “Paese dei Cedri”.

Questa comunità rischia quindi di rappresentare il “casus belli”, il detonatore della violenza anche in Libano… In poche parole, il conduttore diretto della crisi siriana in Libano. Da sempre “vicini di casa” Libano e Siria sono legati nel loro destino.