Ore febbrili in Scozia; è la vigilia di un referendum che potrebbe sancire, dopo più di 300 anni, la fine del Regno Unito di Gran Bretagna e la nascita di un nuovo sovrano Stato scozzese. Un appuntamento quindi molto importante, non solo per l’isola britannica ma per l’intera Europa, visto che non pochi equilibri verrebbero stravolti da un’eventuale indipendenza di Edimburgo. Ma prima di visualizzare ciò che potrebbe portare al vecchio continente la nascita di una Scozia indipendente, è giusto puntualizzare un merito, a prescindere dal risultato, raggiunto dal popolo scozzese: la libertà di decidere. La Scozia, pur non essendo indipendente, è una nazione da sempre: propria lingua, propria bandiera, propria cultura, persino un proprio campionato di calcio ed una propria nazionale di rugby; insomma, gli scozzesi sono un popolo che, a distanza di anni, si è chiesto se sia proficuo o meno rimanere ancora agganciati a Londra. La via del referendum è l’unica per valutare la decisione di un intero popolo e dare quindi attuazione al principio di autodeterminazione dei popoli, così tanto calpestato da un’imperante ideologia mondialista che invece tende sempre di più a sopprimere identità nazionali e culturali. Devono quindi essere gli scozzesi, e soltanto loro, a decidere del proprio destino; un destino che, come detto prima, se non sarà più in comune con il governo di Londra rischia di destabilizzare, e non poco, diversi equilibri nel vecchio continente.

Se in un primo momento Londra ha preso sottogamba questo referendum, puntando sul fatto che difficilmente gli scozzesi per davvero avrebbero rinunciato alla Union Jack, adesso si sta rendendo conto che i suoi confini entro poche ore potrebbero risultare più ristretti. Un rischio enorme per l’Inghilterra: basti pensare al semplice fatto che Londra diventerebbe non più la grande capitale dell’intera isola, circostanza che l’ha resa una delle città più importanti al mondo, bensì la capitale di uno stato che diventerebbe grande quanto la Grecia. E questo, in un mondo in cui le dimensioni contano sempre di più, non è un dato da tenere in secondo piano. Ma in questo momento a Londra le preoccupazioni sono rivolte anche a quello che si trova a nord della Scozia, in quel mare in cui si pompa gran parte del greggio europeo; in caso di indipendenza della Scozia, i proventi andrebbero ad Edimburgo, in quanto quelle acque ricadrebbero sul territorio scozzese e sulle piattaforme che fanno la fortuna di Londra, non sventolerebbe più la Union Jack ma la croce di Sant’Andrea.

Il problema è anche politico: la Scozia è bacino di voti del Partito Laburista, lo stesso ex primo ministro Tony Blair è scozzese, senza Edimburgo il partito di centro – sinistra britannico diventerebbe un piccolo partito, dall’altro lato i Conservatori invece potrebbero essere accusati di essere i responsabili della perdita della Scozia e dunque si potrebbe aprire una crisi di governo. Dall’indipendenza scozzese quindi, a livello meramente politico, nessuno ne trarrebbe vantaggio e nemmeno quel Nigel Farage, oramai leader del primo partito inglese, che non a caso si è espresso contro gli indipendentisti. Ed ecco dunque come mai adesso, a distanza di pochi giorni dalla consultazione referendaria, da Londra è partito un vero e proprio terrorismo mediatico volto a scoraggiare gli indipendentisti; il governo britannico, aveva sottovalutato la portata dell’evento, ma adesso i sondaggi danno il SI in testa da diversi giorni, anche se la lotta sembra sul filo del rasoio. Dunque sui media, si punta sulla presunta instabilità che verrebbe a crearsi in Scozia grazie all’adozione di una nuova moneta, così come si ipotizzano scenari pessimi sull’economia scozzese in caso di separazione da Londra. E poi, troppo tardi secondo alcuni analisti, spuntano fuori anche le promesse di maggiore autonomia ad Edimburgo in caso di vittoria dei NO e di maggiore impegno in campo economico a favore del popolo scozzese. Tentativi tardivi e velleitari, che testimoniano il nervosismo che si respira a Londra e che, in effetti, anche nelle stanze del potere si inizia a prendere in considerazione l’ipotesi di perdita della Scozia.

Ma se questi sono i problemi interni all’isola britannica, nel resto del continente non sono minori le preoccupazioni; a cominciare dal fatto che, in caso di successo del SI al referendum sull’indipendenza scozzese, si aprirebbero altri fronti: Catalogna, Galizia, Veneto, Sardegna, Corsica, solo per citarne alcune, sono pronte ad emulare la Scozia nei rispettivi stati di appartenenza. A Barcellona nella giornata di sabato, si è celebrata la giornata nazionale catalana, in cui si è chiesto a gran voce di andare al referendum già il prossimo 9 novembre, data stabilita dal parlamento catalano ma non approvata da quello spagnolo. Molti stati quindi, dovrebbero fare i conti con le rivendicazioni di numerosi popoli rimasti in minoranza; ma non solo: le regole dell’UE parlano chiaro ed in caso di indipendenza di una parte interna ad uno stato membro, questo territorio non viene più considerato all’interno dell’Unione Europea. In poche parole, l’UE potrebbe perdere sempre più pezzi se diversi popoli decidono di autogovernarsi; la Catalogna per esempio non approderebbe automaticamente all’Unione Europea, facendo perdere così a Bruxelles (e non solo a Madrid) una delle regioni più produttive dell’intero vecchio contenente.

Insomma, la Scozia rappresenterebbe un precedente storico di successo della volontà di un intero popolo e dei popoli l’UE ha paura: i dirigenti di Bruxelles sanno bene che l’Europa ha votato in massa partiti e movimenti euroscettici, così come temono e non poco i referendum popolari, come visto dalle recenti critiche al referendum svizzero sulla libertà di movimento dei lavoratori stranieri. Ecco quindi come mai anche l’FMI negli ultimi giorni si è mossa penetrando all’interno del dibattito scozzese e dichiarandosi contro l’indipendenza; una Union Jack tirata già da Edimburgo, a favore della Croce di Sant’Andrea, potrebbe essere preludio all’indipendenza di altri popoli.Ma al di là di ogni aspetto ed analisi, un unico dato deve essere messo in risalto: in questo referendum, solo gli scozzesi hanno il diritto di decidere. Intrusioni esterne, dell’UE e dell’FMI in primis, sono uno squallido tentativo di influenzare un dibattito interno decisivo per le sorti di un popolo, calpestando quindi ogni principio di trasparenza e libertà che invece oggi più che mai in Scozia necessita di essere attuato. Solo la Scozia deve decidere sulla Scozia; nella speranza che altri popoli tornino a decidere per se stessi e che la stessa cara vecchia Europa possa tornare a decidere autonomamente in merito le proprie questioni, senza cedere ai diktat d’oltreoceano.