Quando si evocano gli Stati Uniti d’Europa vengono in mente i nomi di Jean Monnet, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer. I Padri Fondatori di questa concezione europea che dopo le elezioni di domenica sta traballando non si erano però scordati di puntualizzare nella dichiarazione Schuman che il concetto di Europa aveva la prospettiva di un’unione economica vale a dire di un’unione doganale non certo di un accordo politico, né tanto meno monetario.

Da allora il mondo è certamente cambiato, la globalizzazione- fenomeno creato dal neoliberismo- ha fatto il suo corso. Eppure i risultati del Parlamento Europeo mostrano nitidamente il volto dell’ euroscetticismo e dei rispettivi popoli con le loro radici, la loro autodeterminazione, il loro disagio nei confronti di questo anonimo incubo europeo. Su tutti la Francia con Marine Le Pen e l’Inghilterra con Farage. Ma anche l’Ungheria, il partito che fu di Haider in Austria e la Grecia dove crescono le estremità e si assottigliano i consensi verso i partiti tradizionali

Il tradimento italiano in questo senso è ancora più evidente. Attratti dalle promesse renziane come api dal miele un popolo si è arreso alla paura e ai possibili rischi di un’uscita dal Eurozona. Un giudizio, quello dell’elettorato, evidentemente favorevole anche alle attuali politiche di governo e consenziente ad un proseguimento dell’ideologia europea volta a costituire in senso innaturale e aleatorio i suoi Stati Uniti – come se l’Europa non avesse già raggiunto precedentemente un’elevata multilateralizzazione volta al mantenimento della pace interna e agli obiettivi economici di un’unione doganale. No. In nome del fanatismo progressista, saint-simoniano e illuministico bisognava andare oltre. Fino a compiere il progetto della moneta unica, strumento di dominio nato già al epoca della Repubblica di Vichy, e ideato immediatamente dopo il conflitto da Francois Perroux con l’obiettivo di sottomettere i popoli europei del Mediterraneo

E gli effetti macroeconomici dall’introduzione della moneta unica fino ad oggi non sono certo mancati:  la crisi economica scoppiata nel 2007 ha dato un notevole contributo, accentuando  squilibri nei fondamentali. E non si prevedono tamponamenti all’impennata dell’output. Anzi dai dati emerge che continuerà ad aumentare: a partire dal prossimo mese la disoccupazione toccherà quota 13%. Se comparassimo questo dato con i numeri antecedenti alla crisi che ha inabissato l’Euro Zona, troveremo che nel 2006 avevamo un tasso di disoccupazione – fisiologico- del 5,6%. Così, nei paesi che hanno visto triplicare il numero di disoccupati non sono tardate le rispettive ripercussioni politiche. Gli interventi espansivi di politica fiscale infatti vengono ostacolati dai vincoli previsti dai trattati europei. Su tutti il Fiscal Compact che lega i paesi periferici di questo gulag chiamato Europa a pesantissime politiche di austerità

L’alternativa più credibile ipotizzata da eminenti economisti sarebbe quella di creare una “doppia” valuta: una per i paesi del Nord guidati dalla Germania e una per gli stati mediterranei. Evidentemente, di questo, dopo i risultati elettorali se ne farà carico la Francia, togliendo quel primato che l’Italia come faro nel Mediterraneo avrebbe potuto assumere. Perché tanta sfiducia per l’attuale situazione politica della penisola? Diamo un’occhiata alle recenti intenzioni del nostro governo: il Job Act non è altro che l’ennesimo provvedimento propugnato dai nostri governanti funzionale alla deflazione e alla flessibilità del lavoro e quindi un bel modo per compiacere l’Europa. Il Decreto Poletti non a caso è un ulteriore dimostrazione di tutto ciò per quanto riguarda il mercato del lavoro ovvero un ulteriore liberalizzazione in contro tendenza con quello che è da sempre il sistema paese Italia, intessuto di realtà corporative.  I risultati del renzismo non tarderanno quindi a mostrare le proprie contraddizioni: la riduzione dei salari reali deprimerà l’aumento della produttività del lavoro. A ciò si aggiunga una fino ad ora scellerata politica migratoria che peserà sui dati economici. In questo modo la precarizzazione per le future generazioni italiane sarà assicurata.

Intanto lassù l’Anonimato se ne frega. L’Euro a poco a poco sta distruggendo  civiltà millenarie che hanno fatto la storia di questo continente – e in buona parte anche degli altri -. Ma una speranza si è accesa, alcuni popoli stanno reagendo. E alle elezioni per il Parlamento Europeo di domenica scorsa molti elettori europei non hanno votato contro qualcosa. Hanno votato per qualcosa. Per testimoniare le loro civiltà, le loro tradizioni, la loro identità, che certamente non potrà essere scarnificata dal fanatismo dogmatico dell’eurocrazia.