Ne fanno già gli spot in televisione, viene già presentato come la più grande occasione per il nostro continente, bombardando con i numeri (elemento preferito dalla dittatura tecnocratica atlantica) l’opinione pubblica europea, numeri che, secondo tali spot, testimonierebbero il grande ‘affare’ dell’Europa una volta concluso questo trattato. Parliamo del TTIP, di cui ci si è già occupati in tempi non sospetti, quando il Trattato di libero scambio transatlantico era solo una bozza; adesso è una realtà che avanza, non senza difficoltà e non senza che molti europei iniziano a svegliarsi ed a capire la delicatezza della situazione.

La giornata di lunedì 13 è stata in Europa caratterizzata da una oscurata (sui media tradizionali) mobilitazione in tutte le capitali del vecchio continente contro il TTIP; tutte le maggiori capitali europee sono scese in piazza per chiedere la fine delle trattative sull’accordo ed il congelamento del progetto. Molte le ragioni dei manifestanti: in primo luogo, il timore che quanto successo con l’Eurozona si verifichi anche e soprattutto a livello intercontinentale tra le due sponde dell’Atlantico con il TTIP; ossia la paura, più che fondata ed anzi spesso conclamata, della vittoria definitiva dell’ideologia neoliberale, in cui il peso delle multinazionali anche nelle decisioni inerenti settori tradizionalmente in mano ai moribondi stati nazionali cresca sempre di più, creando quindi un sistema nel quale con il termine ‘mercato libero’, si vada ad indicare una situazione dove garanzie sociali ed economiche vadano a dissolversi a vantaggio degli interessi dei poteri finanziari.

Insomma, è il ragionamento di molti critici al TTIP, se già l’Europa, in nome del libero mercato, è stata razziata da una politica economia unitaria, in cui Stati come l’Italia hanno dovuto vendere asset industriali a multinazionali ed adeguare le proprie scelte finanziarie ai diktat degli stati più forti, chissà cosa dovranno digerire i popoli europei dal fantomatico libero mercato transatlantico. Cadrebbero gli ultimi vincoli e gli ultimi accessi del nostro continente, sarebbe il via libera di una pericolosa colonizzazione della peggiore delle interpretazioni del capitalismo, in cui, sempre in nome del tanto romantico ‘libero mercato’, le multinazionali possano depredare ciò che resta dell’economia europea. A grandi linee, il TTIP non ha molto di diverso dal piano Marshall del secondo dopoguerra: in quell’occasione, spinti dall’emergenza della ricostruzione, si è imposto un modello economico/finanziario a stelle e strisce, iniziando l’opera di colonizzazione anche culturale della nostra Europa.

Il TTIP, di fatto, sarebbe l’apice ed il completamento del progetto: anche in questo caso si parla di superamento di una crisi, per fare leva sulla popolazione e convincerla che, dopotutto, levare definitivamente ogni confine doganale con gli USA è vantaggioso per tutti. Non a caso, gli spot a cui si è accennato prima, parlano di numeri a sei cifre per indicare volumi di export e scambi commerciali tra i due mercati. Ma i giovani europei non ci stanno ed iniziano a farsi sentire; lo stesso governo tedesco, spinto anche dalla pressione di un’opinione pubblica che non vuole iniziare ad abituarsi con i numeri negativi inerenti l’economia che iniziano ad affluire, ha affermato che non firmerà il TTIP se non rivedono alcune clausole.

Una su tutte, evidenziata con forza da alcuni deputati SPD ma anche lo stesso segretario del partito nonché Ministro dell’Industria, Sigmar Gabriel, riguarda il sistema di garanzia degli investimenti, che fa leva su una tipologia molto rigida di arbitrato nella quale un soggetto privato (quindi una multinazionale) può ricorrere contro uno Stato colpevole di aver approvato una norma non considerata affine agli obiettivi del raggiungimento del libero mercato. Oltre al fatto che, come è ben evidente, l’imposizione a tutti gli stati membri di una dottrina ideologica (quella neoliberal in questo caso) è fortemente antidemocratica, questa norma pone il veto delle multinazionali sulle politiche economiche degli Stati. Se con l’UE la sovranità in termini di bilancio è stata ceduta alle istituzioni comunitarie, le quali hanno il veto su queste questioni, con il TTIP la sovranità verrà ceduta direttamente alle multinazionali.

Questa norma, per l’appunto, è osteggiata dal governo tedesco e si sta cercando una mediazione; alcuni fanno notare come, proprio in coincidenza con le perplessità di Berlino, escono fuori dati sull’economia non gratificanti per la Germania ed i pugni battuti sul tavolo della Merkel da parte della Francia. Ma se è soltanto il governo tedesco per adesso a lanciare perplessità sulla questione, anche se soltanto su un punto e senza mettere comunque in discussione la struttura del TTIP, molti giovani europei sono scesi in piazza. Manifestazioni importanti ad Atene, a Lisbona, ma anche a Bruxelles e non lontano dal parlamento europeo; la mobilitazione, anche se non coperta da alcun canale tradizionale, è stata comunque importante e cresce con il passare dei giorni. Specie nel resto di un’Europa in macerie e ben cosciente della sua drammatica situazione, in cui le economie offrono sempre meno garanzie ai giovani in nome delle ‘riforme del libero mercato’, l’opposizione al TTIP avanza e cresce anche la determinazione di un’ampia fetta dell’opinione pubblica di documentarsi sulla realtà dei fatti e non lasciarsi ingannare dagli annunci, come invece accaduto tra gli anni 80 e 90.

E in Italia? Nel nostro paese crescono pure i giovani che, quanto meno, si informano circa il TTIP, ma non si può parlare di mobilitazione. Del resto, se nelle ultime europee il nostro paese è stato l’unico a votare in massa il partito di governo decisamente filo Bruxelles ed atlantista, non ci si può aspettare un repentino cambiamento dell’orientamento dell’opinione pubblica. Ma non sempre è colpa solo dei giovani; l’universo anti Euro (e quindi anti TTIP, come conseguenza automatica) è frammentato e confusionario. Se manca all’Italia da decenni una classe politica che sappia in qualche modo difendere gli interessi del paese, è anche vero che chi cerca sistemi alternativi spesso non può non confondersi, tra ambigue prese di posizioni ed eterne divisioni ideologiche che vanno a ledere il cammino verso un fronte comune. Ma questa è altra storia. Ciò che emerge è che, più avanza il progetto TTIP, più cresce l’opposizione in Europa; un effetto contagio, potrebbe finalmente ridare voce agli europei circa il loro futuro.