Solo dalla legalità politica è possibile trarre conclusioni e tracciare un consunto su un’ipotetica legalità morale: così San Tommaso D’Aquino nel Duecento approfondiva gli studi sulla dottrina etica, utilizzando come vettore il fondamento concettuale della formazione delle polis greche, ove senso di responsabilità e soprattutto di responsività era cardine dello zelo istituzionale e rappresentativo all’interno della comunità. Attualizzando il principio alla contemporaneità, è evidente come il concetto di moralità abbia acquisito col trascorrere delle decadi un’accezione del tutto particolare, equipollente o almeno concausale in ampia misura al dogma della liceità e della sobrietà d’animo, più volgarmente collimante con atteggiamenti sociali e civili encomiabili ed inopinabili, confacenti al fantomatico e famelico “modello da perseguire”, che nella sfera pubblica e in quella governativa dovrebbe avere preminenza su ogni altro aspetto che possa successivamente presentarsi.

Peccato però che soltanto ciò non esemplifichi l’apice dell’azione politica più immacolata e commendabile, dato che anche trasparenza e disamine oggettive ed analitiche delle contingenze di una Nazione giochino un ruolo decisivo nella fisionomia politica di un deputato alla gestione della res publica: non è certo un caso che sprazzi di onestà intellettuale latitino da ormai indefinite legislature nel panorama palazzinaro italiano e allo stesso modo è direttamente conseguibile che personalità dalle caduche ed improbabili competenze, ma dotate di ineffabile physique du role, si precipitino a concorrere nel nostrano, spietato e seviziante – per i contribuenti – “Globo degli scranni”. Tra le righe, sembra di intravedere guardinga e frugale l’effige di quel Matteo Renzi che nemmeno quattro mesi fa ammaliava ed affabulava le platee parlamentari chiedendo solone e saccente la fiducia incondizionata all’incarico avanzatogli dal presidenzialmente monarchico Giorgio Napolitano, adducendo poco sensate logiche di una sua eventuale ed unica responsabilità in caso di fallimento e propendendo riforme repentine ed avventate in un risicato e minimale spazio temporale, tra un progetto di fresche ed innovative politiche occupazionali, che desse onorabilità e legittimità alla propensione al lavoro dei milioni di disoccupati e di giovani, e una manovra finanziaria, che incrementasse con una ragionevole somma le buste paga dei meno abbienti e favorisse la svolta al consumo tanto agognata, per una rapida ripresa di crescita.

Nonostante fosse stata balenata l’idea che potesse concretizzarsi entro e non oltre la fine di maggio, proprio quest’ultimo sedicente proposito attuativo non ha ancora preso completamente forma, stante che sia stato prorogato all’inizio dell’estate, ossia al prossimo 21 giugno; se poi non bastasse, sarebbe altrettanto interessante evidenziare che le premesse per pronosticare una procrastinazione non fossero state mediaticamente paventate: la postura sorniona, l’istrionica aitanza, le puntualizzazioni corrette e nel merito (?!), congiunte al proverbiale e confortante portamento con la mano saldamente riposta nella tasca (abbozzava forse una maliziosa allegoria?), del 24 febbraio scorso a Palazzo Madama non parevano presagio di alcuna baggianata, bensì di solida e ritrovata abnegazione all’esercizio dell’operato per il perseguimento del bene collettivo. In quella stessa data, apostrofò addirittura gli esponenti del Movimento 5 Stelle alla pari di una realtà partitica già ampiamente surclassata e desueta, omettendo due postille precipue: innanzitutto, a distanza di due bimestri dalla prima e, per la sua credibilità, scalcinante consultazione, che abbia chiesto nuovamente udienza a Grillo & C., probabilmente per celare l’immobilismo cronico nell’iniziale fase del suo esecutivo; in secondo luogo, che proprio i pentastellati abbiano assurto la coerenza a fulcro della propria attività legislativa e d’opposizione, senza mendaci propagande e svianti veti bislacchi.

Perché se questo premier-leader, dai toni camaleontici e volubili e facilmente malleabili alle diverse circostanze, che “riflette” sulle priorità dello Stivale in Europa ma non comprende che le attualmente centrali incombenze del Tricolore siano creare posti di remunerazione e apportare una radicale e possibilmente riuscita cesura con gli obsoleti ed attempati canoni della pubblica amministrazione, è quello del partito dalle 41% di preferenze alle recenti elezioni, gli 80 euro per buona parte dei dipendenti saranno soltanto un ramingo miraggio.”