Bisogna ripartire dalla vitalità, dalla creatività dei giovani, dalla loro immaginazione, dalla loro intraprendenza, dalla loro voglia di cominciare a decidere.

Articolo tratto dal Numero Zero

“Non inseriti nel sistema, non utilizzati, inoccupati, non attivi, improduttivi, scorie, problemi.” Ecco come vengono considerati i giovani nell’attuale scenario italiano. Il problema reale, costante e in continuo aumento, di fatto, è la disoccupazione giovanile arrivata al 35%: un giovane su tre è senza lavoro a causa della crisi economica sì, ma anche delle contraddizioni, delle lacune del mondo del lavoro, della mancanza di iniziative adeguate da parte delle istituzioni. Generalmente, per risolvere un problema, si tende a guardare alla sua radice. Partiamo quindi dalla scuola, dall’ultimo anno, dopo tanti passati a imparare, capire, crescere rimanendo cullati nella sicurezza di un luogo dove ognuno trova un proprio spazio. Quell’ultimo anno in cui agli studenti viene fatta pressione sulla necessità di scegliere ciò che più sembra loro adeguato per il proprio futuro. Adeguato sì, perché scegliere una facoltà non è che un piccolo ma inevitabile passaggio per andare verso il futuro. Da sempre nell’immaginario studentesco esisteva l’idea che, finita la scuola, si sarebbe potuto decidere l’indirizzo per il quale ci sentivamo più portati, per approfondirlo all’università con la motivazione di iniziare da lì la strada che ci avrebbe portato a costruirci un domani, con un lavoro che avrebbe tenuto conto delle capacità, delle caratteristiche di ognuno di noi. Un lavoro che fosse una scelta consapevole per una vita soddisfacente o comunque un sostegno economico. Ma oggi, per questa nuova “generazione sospesa dal futuro interrotto” è possibile? Quanti possono scegliere un indirizzo soltanto perché è ciò che li appassiona? La flessibilità dei corsi di laurea è sempre più ridotta e i giovani, precari, senza sbocchi, escono da un’università che, salvo casi marginali, non fornisce una vera preparazione professionale. Crea le basi ma di certo non garantisce una reale connessione con il mondo del lavoro nella grande contraddizione tra domanda e offerta. Le recenti manifestazioni in Italia  dimostrano quanto sia grande il disagio giovanile, e in quante aree il conflitto sociale sia così forte da poter esplodere, e non dimentichiamo le difficoltà ancora maggiori di chi all’università e al famoso “pezzo di carta” non è potuto nemmeno arrivarci.

Si parla spesso di giovani pigri, viziati, privi di volontà. Ma la realtà è ben più amara: i giovani di oggi sono avviliti, stanchi, preoccupati, finiranno per essere sempre più demotivati perché non vedono prospettive. In un momento economicamente infernale i giovani non si sentono minimamente rappresentati né da una classe politica sempre più distante e da cui si distaccano, né da una classe dirigente poco sensibile in cui non hanno fiducia: è una generazione frustrata. Il desiderio di indipendenza, la necessità di sicurezza economica non si concretizza, quel lavoro che dovrebbe essere forza vivificante, che dovrebbe far sentire utile un giovane e dargli un posto nella società non arriva, quel lavoro che è anche esperienza, formazione, palestra di vita, non si trova. E quanti ragazzi si sono adattati e hanno provato ad accettare un primo “lavoretto” sperando di averla imboccata una strada e invece si sono visti passare avanti altri meno meritevoli ma aiutati dalle “spintarelle” tanto frequenti nel panorama italiano. Così, Marco, 27 anni con una laurea in Medicina si scontra con un primario che gli dice: “Non importa cosa sa fare, importa chi conosce”, come Alessandra, 28 anni laureata in Economia dopo due anni di lavoro gratuito. Clelia, 28 anni e una proposta valida: “Sogno uno scambio di vita temporaneo, diciamo tre mesi, tra me e un datore di lavoro, almeno capirà che cosa vuol dire vivere con poco e sentirsi sempre precario.” Rita, 23 anni, è laureata in Giurisprudenza in un’università privata. Le viene detto “sei una privilegiata, troverai lavoro” ma rimane una chimera. Così i giovani cercano il tirocinio, la specializzazione, quel qualcosa in più per distinguersi, con animo e volontà, con nuove esperienze e nuovi pezzi di carta, per uscire dall’anonimato sperando di avere le caratteristiche che a un datore di lavoro facciano dire finalmente ”sì”. Persino nel mondo dell’imprenditoria, al netto della fortuna di nascere in una famiglia che gestisce un’azienda dove il lavoro dovrebbe essere assicurato, il ricambio generazionale è difficile, quasi la metà degli imprenditori ha un’età superiore ai 60 anni ma esita a passare il testimone.

Le priorità della politica italiana per uscire da questa crisi profonda, per permettere ai cittadini italiani di recuperare almeno un briciolo di fiducia e ritrovare una adeguata convivenza civile, dovrebbero essere far ripartire l’occupazione, dare ai giovani prospettive di un lavoro per il quale hanno studiato e si sono impegnati, un cambiamento strutturale che valorizzi criteri come cultura, preparazione e meriti individuali. Una crisi, come ci insegna la storia ma anche la vita di tutti i giorni, è il momento opportuno per crescere, migliorare, prendere le basi su cui si fonda un sistema e rivoluzionarle. Se da un momento di crisi non si impara e non si evolve non lo si farà in alcun altro momento.

Bisogna ripartire dai giovani, dal loro capitale umano, dalle loro potenzialità, dalla loro voglia di riscatto, dal desiderio di futuro per loro e per il loro Paese. Bisogna ripartire dalla vitalità, dalla creatività dei giovani, dalla loro immaginazione, dalla loro intraprendenza, dalla loro voglia di cominciare a decidere. Per cambiare e per crescere servono fatti, per costruire fatti servono nuove idee, per le nuove idee servono i giovani. Che mettano in dubbio ciò che li circonda, il mercato del lavoro, l’economia, il sistema del Paese. Il dubbio è alla base dell’evoluzione, è il non accettare passivamente una realtà sbagliata, che siano i giovani a indicare nuovi metodi, nuove regole, che siano loro a trovare la strada. E a chi non ci crede, i giovani rispondono “Non potete fermare il vento, ci fate solo perdere tempo.”