Il vertice di Palazzo Chigi fra John Elkann, Sergio Marchionne e l’esecutivo Monti sembra non aver risolto minimamente il problema Fiat. Partiti e sindacati si sono detti insoddisfatti dei punti trattati nell’incontro di sabato, “non è cambiato nulla” esclama la Camusso, leader Cgil, “il caso resta aperto” recita il segretario del Pd Bersani, scettici anche Casini (Udc) e Alfano (Pdl). L’oggetto dell’incontro era abbattere i timori del possibile trasferimento del gruppo torinese negli Stati Uniti, vero spauracchio degli ultimi mesi. Come se cinque ore bastassero a risolvere i problemi di cinquant’anni.

Il comunicato congiunto stilato dalle parti ha espresso il clima di serenità e dialogo in cui è avvenuto il meeting, sottolineando l’interesse comune nel favorire l’export del gruppo automobilistico. Da parte sua, Sergio Marchionne, ha ribadito l’estrema necessità di ristrutturare il business del Lingotto, così come oggi concepito, cambiare gli asset produttivi degli stabilimenti italiani, promettendo investimenti soltanto con la ripresa delle vendite nel mercato italiano ed europeo. Accenni di polemica con il ministro Corrado Passera, quando l’ad di Fiat ha ricordato i forti incentivi che provengono da Brasilia, motivo fondamentale dell’ottimo andamento degli stabilimenti sudamericani. Al limite dell’entusiasmo il primo ministro Mario Monti ha sintetizzato gli accordi intesi con un “l’automobile in Italia è salva e non ci hanno nemmeno chiesto soldi”, eufemistica previsione a giudicare la reale situazione dell’indice di vendite di via Nizza nella penisola o quella dei suoi impianti di produzione. Sono stati promessi anche investimenti nei settori Sviluppo e Ricerca in attesa della fine della tempesta, la conversione degli stabilimenti di Pomigliano e Termini (quelli maggiormente a rischio) a produzione del marchio Jeep e incrementare la produzione destinata all’esportazione nei mercati extra Ue.

Proprio questo il punto focale: “saldiamo la crisi europea con le vendite americane, ma nel frattempo potremmo chiudere gli stabilimenti”. In realtà la cosa suona un po’ come ” noi pranziamo a Detroit ma i bisogni li facciamo a Torino”. Ironia a parte, l’attuale situazione desta non poche preoccupazioni. Prima di tutto l’ad e il presidente John Elkann hanno dribblato la questione FabbricaItalia, il progetto risalente al 2010 ormai naufragato; difatti solo 5 dei 20 miliardi promessi in investimenti per lo sviluppo sono stati stanziati dal Lingotto. È inoltre inaccettabile credere che l’esecutivo cerchi un dialogo privilegiato con un solo grande gruppo industriale, fugando i tentativi di un progetto organico che coinvolga tutto il SistemaItalia, in termini di competitività e lavoro.

Da questo punto d’osservazione l’atteggiamento dell’amministratore delegato appare quasi indegno, considerando la minaccia di fuori uscita da Confindustria paventata negli ultimi mesi. In un momento di crisi come quello odierno, le parti sociali dovrebbero cercare una forte cooperazione per lo sviluppo, ma le mire ambizionistiche del gruppo Fiat-Chrysler non combaciano con i bisogni del Paese. Altresì “coraggiose” sembrano anche le ultime scelte commerciali: Marchionne crede fermamente che sia inutile e sconveniente investire in nuovi modelli, per ampliare la gamma offerta, come non hanno smesso di fare i maggiori gruppi europei, in particolar modo Volkswagen e Renault. Malgrado Sergio abbia dismesso la barba degli ultimi mesi, ma ne’ i pull-over ne’ le Marlboro rosse,i numeri danno ragione agli altri. Nell’infinità di modelli proposti dalla Fiat nell’ultimo decennio, eccezion fatta per la 500 comunque mediocre, non si sono visti ne’ miglioramenti qualitativi tantomeno nel design. È quindi evidente che il mercato italiano è in stallo anche perchè complice della crisi c’è forse un’offerta  inferiore a quella del resto del mercato, come ha ricordato il patron di Tod’s Diego della Valle, che da mesi tuona contro Marchionne.

Il Lingotto è colpevole di non aver ammodernato le infrastrutture italiane, aver delocalizzato in Polonia e Sudamerica, aver disatteso la missione sociale che ha per valenza storica nell’industria italiana. Lo Stato dal canto suo, avrebbe dovuto statalizzare o quasi l’azienda, sul modello tedesco, prevenendo di decenni le problematiche che riaffiorano con scadenza regolare ogni 5 anni. D’altronde i fondi statali non sono mai mancati nei momenti del bisogno e sempre puntuali sono arrivati finanziamenti, in casi come l’acquisizione dell’Alfa Romeo o la costruzione di Melfi. Italiana quando c’è da batter cassa, globalizzata quando ci sono gli utili. Non è mancato però il denaro per la scalata al gruppo Chrysler nel 2009 o tantomeno l’enorme volume investito nella rifondazione della Juventus, gioiellino della famiglia Agnelli da un secolo. La cieca e arida bramosia del manager, capace di grandi utili negli Usa e meritevole di aver riportato il gruppo italiano nel mercato internazionale, ha ormai assunto atteggiamenti ai limiti dell’immorale: ormai in rotta con i sindacati (vedi caso Fiom), appare disinteressato dell’ombra cassa-integrazione, impermeabile ai disagi dei suoi lavoratori malgrado l’orgoglio identitario che mostra con la stampa.

Come ieri nell’attesissima conferenza con i manager, quadri dirigenziali e i professional del gruppo, in collegamento streaming con gli stabilimenti di tutto il mondo, dove Elkann e Marchionne hanno ricordato il “totale appoggio” richiesto alla classe lavoratrice, con slogan del tipo “non ce la possiamo fare da soli”. “Il discorso del re”, a giudicare le parole, Marchionne cita pure Einstein “ho deciso di guardare al futuro, perchè è il posto dove voglio passare il resto della mia vita”, rituale retorico e quasi patetico, mentre polemizza ancora con Della Valle ” non parliamo con chi fa borse”.
Tornassero a fare macchine anche loro, allora.