Quando si parla di felicità e di economia purtroppo si parla di cose totalmente diverse. L’educazione sociale del mondo occidentale dai tempi del capitalismo e della globalizzazione non ha fatto altro che ricordarci attraverso la pubblicità di come il denaro, il possesso e i beni materiali rendano felici. Contemporaneamente sempre più idealisti hanno dovuto sostenere il contrario, riassunto dal trito aforisma “il denaro non fa la felicità”. Queste due pseudo-scuole di pensiero hanno formato negli ultimi anni delle vere e proprie assurdità in campo economico.

Dai tempi in cui è in uso il Prodotto Interno Lordo (PIL) è nato il viscerale bisogno di criticarlo e di contrapporgli un indicatore più “umano”, come se il PIL fosse la ragione di tutti i mali, e i fraintendimenti, nel mondo economico. Il tentativo di dare un valore numerico ad una cosa come la felicità è un abominio matematico eppure negli anni ’70 il Bhutan ha introdotto e successivamente lanciato in tutto il mondo l’indice della Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness). Quello del Bhutan si tratta di un caso del tutto particolare e probabilmente inimitabile in quanto nel calcolare il grado di felicità della propria popolazione prende in conto aspetti quantitativi e morali strettamente legati alla cultura buddhista della nazione. Malgrado ciò esiste un modello guida che considera una miriade di elementi che possono passare, ad esempio, dal tasso di mortalità infantile al tasso di inquinamento acustico nel proprio quartiere.

Esistono decine di indicatori nati sulla falsa riga del Prodotto Interno Lordo. Nascono più che altro per lanciare un messaggio e sostenere una causa ma finiscono col essere presi troppo sul serio. C’è ad esempio l’Indice della Pace Globale nella cui formula troviamo il numero di morti nei conflitti, i partecipanti medi ad una manifestazione, il numero dei carcerati e la spesa militare (i cui primi tre posti sono occupati da Islanda, Nuova Zelanda e Giappone). Il più noto ed accreditato oggi è senza dubbio l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) che oltre a tenere conto del reddito nazionale lordo (Gross National Income) pro capite misura l’educazione – possibilità di accesso all’istruzione – e la sanità – aspettativa di vita – assegnando a tutti e tre lo stesso peso. Ironicamente si critica che l’Indice di Sviluppo Umano calcoli quanto una nazione sia “scandinava”, dovuto al fatto chela Norvegia ne vanta da anni il punteggio più alto.

L’idea che il valore e la ricchezza di un’economia sia perfettamente calcolabile al contrario del benessere, del progresso o, appunto, della felicità proprio non va a genio a molti economisti e uomini di stato. Malgrado molti indicatori, fra cui quelli citati, rappresentino un contributo rilevante in ambito statistico non dovrebbero essere associati o comparati con dati ed indicatori economici molto più concreti, tenendo pur sempre conto dei limiti degli uni e degli altri (come nel caso del potere d’acquisto o del reddito pro capite). È davvero di fondamentale importanza non mischiare carte che non c’entrano nulla. Un’economia perfetta, una società efficiente, un governo giusto o una popolazione pacifica probabilmente non sono mezzi con cui si raggiunge la felicità. Quello che è sicuro è che trasformare ogni cosa – in questo caso un aspetto tanto soggettivo dell’uomo – in una formula matematica od un algoritmo può essere la cosa più sbagliata nel mondo.