di Andrea Bonucci 

“Aboliremo l’I.C.I.! Avete capito bene: aboliremo l’I.C.I. su tutte le prime case e quindi anche sulla vostra.”, con questa promessa Silvio Berlusconi spera di sferrare il k.o. a Romano Prodi sotto gli occhi di Bruno Vespa nell’ultimo confronto televisivo della difficile e velenosa campagna elettorale del 2006. Il Presidente del Consiglio, indietrissimo nei sondaggi, prova a riabilitare l’immagine del suo quinquennio a Palazzo Chigi. Per poter meglio comprendere la natura e le dinamiche di quella campagna elettorale è doveroso osservare i 365 giorni antecedenti a quel confronto televisivo. L’Italia ha votato per le elezioni regionali consegnando le istituzioni locali al centrosinistra. L’Unione, alleanza di partiti progressisti compattatasi attorno all’Ulivo, strappa al centrodestra Abruzzo, Calabria, Lazio, Liguria, Puglia e Piemonte e conferma le sue storiche roccaforti del centro Italia. La Casa delle Libertà, coalizione al governo, è stordita dalla batosta elettorale.

Berlusconi non intende dimettersi per non offrire al paese l’immagine di un governo debole e di un centrodestra sotto scacco, ma i suoi principali alleati, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, premono per una svolta concreta. Dopo trattative lampo, il premier si dimette e il presidente della Repubblica Ciampi lo reincarica subito. L’Italia confusa osserva il rimpasto voluto dall’UdC e da Alleanza Nazionale. Per la prima volta, Berlusconi viene messo alle strette dai suoi alleati.  Il Presidente del Consiglio è consapevole che l’umiliante e formale passo indietro impostogli da Fini e Casini non è che il preludio alla sfida elettorale della primavera del 2006. Berlusconi pianifica una maestosa e teatrale campagna elettorale per battere il centrosinistra unito, ma soprattutto per riaffermare la sua leadership. Il Presidente del Consiglio, dopo tempo, decide di andare in televisione per spiegare le ragioni della sconfitta regionale. A Ballarò, Berlusconi si attorciglia da solo davanti gli occhi di Massimo D’Alema e Francesco Rutelli che come unica risposta utilizzano le risate. Il premier, visibilmente irritato, sfodera alcuni dei suoi cavalli di battaglia, ma il danno mediatico oramai è compiuto. Il reincarico è tutto in salita. 

Mentre l’Unione organizza le elezioni primarie per legittimare la guida di Romano Prodi, nella Casa delle Libertà l’argomento viene proposto solo da Casini. Il leader di AN, più cauto, lancia l’idea delle tre punte: chi fra lui, Berlusconi e Casini otterrà più voti sarà il candidato del centrodestra per Palazzo Chigi. L’accordo è solo de iure poiché de facto l’unico capo della coalizione è Silvio Berlusconi. Il III Governo Berlusconi traghetta il paese fino all’appuntamento elettorale lasciandosi dietro una scia di impopolarità e di insoddisfazione. Nelle previsioni di voto il centrosinistra supera di oltre dieci punti la coalizione di governo. Nonostante gran parte dello svantaggio sia determinato proprio dalla sua figura, il Presidente del Consiglio si pone come unica vera punta del centrodestra prendendo saldamente il timone della coalizione. Rivendica i risultati del “buongoverno” nel mezzogiorno, lo snellimento di certa burocrazia e la validità di alcune riforme giuridiche e costituzionali varate dai suoi governi. Romano Prodi si limita a commentare le uscite del premier consapevole del grande scarto che li separa.

Il colpo da maestro che però inverte il trend negativo per il centrodestra avviene nel marzo 2006, quando Berlusconi si reca a Washington per parlare al Congresso degli Stati Uniti. La visita, abilmente programmata, si rivela un successo diplomatico e mediatico tanto da gonfiare il gradimento per il Presidente del Consiglio attribuendogli istituzionalità e credibilità. Berlusconi, tornato dall’America, ha dimostrato che il suo governo è stimato anche oltreoceano e che sarebbe irresponsabile spezzarne l’azione. Il leader dell’Unione è dunque costretto a spingersi al centro dell’arena. Prodi sbandiera dati negativi e drammatici sull’economia e sulla competitività italiana e accusa il Presidente del Consiglio di propensione alla divisione del popolo. Berlusconi, incurante sia delle dichiarazioni dell’avversario sia della timidezza degli alleati, continua la sua marcia. Se nel centrosinistra la certezza della vittoria inizia solo a sbiadirsi, nel centrodestra sono in molti quelli che si preparano al naufragio. In primis Pierferdinando Casini che invoca una fase nuova per la CdL qualora si verificasse una sconfitta elettorale per il Governo.

Con il susseguirsi dei giorni, Berlusconi si conferma la sineddoche del centrodestra intervenendo in tutte le maggiori trasmissioni di approfondimento politico e sociale del paese. Dalla scrivania di Lucia Annunziata sino alla poltrona di Paolo Bonolis. L’allenamento televisivo è messo alla prova nel primo confronto televisivo fra Prodi e Berlusconi. Sorprendentemente il leader del centrosinistra si dimostra più sicuro del premier uscente. Mentre l’ex Presidente della Commissione Europea descrive realtà catastrofiche, Berlusconi si aggrappa alla scrivania scuotendo la testa. Prodi, pur senza troppe stoccate, costringe il Presidente del Consiglio sulla difensiva, vincendo il primo dibattito e consolidando il vantaggio dell’Unione. Berlusconi, consapevole dell’avvicinarsi di una disfatta, prepara una mossa destinata ad entrare negli annali. Sicuramente meno solenne del video della discesa in campo e meno audace del Contratto con gli Italiani, ma innegabilmente efficace.

Nel secondo duello confronto televisivo, il Presidente del Consiglio si mostra più convincente dell’avversario, descrivendo i successi del suo esecutivo con cifre e dati. Prodi, travolto dalla compostezza di Berlusconi, si rannicchia sulla poltrona lasciando che il leader di Forza Italia gli rubi la scena. Con l’appello finale Berlusconi, a qualche giorno dal voto, riapre la partita. Il Presidente promette l’abolizione dell’I.C.I. sulla prima casa. Milioni di italiani ripensano il loro voto. Improvvisamente Forza Italia e, più in generale, la Casa delle Libertà recuperano punti riducendo l’elefantiaco divario con l’Ulivo e l’Unione. Il centrodestra sembra riprendere pieno possesso del Nord e recuperare sensibilmente fiato nel Centro e nel Sud. A cristallizzare la fievole rimonta della CdL è un’uscita, infelice e inadeguata, del Presidente del Consiglio che, davanti alla platea di Confindustria, si domanda come possano esserci tanti stolti da poter votare “contro l’interesse del proprio paese.”. L’audace gaffe rischia di spezzare la risalita del centrodestra. Berlusconi prova a ridimensionare la frase, ma il centrosinistra ne ha già fatto un’arma con la quale congelare l’”uomo delle rimonte”, così come Walter Veltroni definisce più volte il Presidente del Consiglio uscente.

Si arriva rapidamente a chiamare gli italiani alle urne. Una massiccia partecipazione, oltre l’83% dell’elettorato sceglie di esprimersi, fa presagire un lungo scrutinio. E’ il pomeriggio di lunedì 10 Aprile e tutti sono pronti per seguire pedissequamente gli sviluppi dello spoglio. Alla chiusura dei seggi, exit polls entusiasmanti spingono i leaders dell’Unione a preparare Piazza San Giovanni per una manifestazione di festa. I leaders del centrodestra, escluso Berlusconi, iniziano con il de profundiis. Nel pomeriggio, pur riducendosi, lo scarto sembra essere sempre consistente e anche le prime proiezioni su dati reali sembrano decretare la vittoria dell’Unione. Romano Prodi è pronto, alle otto di sera, a dichiarare la vittoria, ma Massimo D’Alema preferisce la cautela. Nonostante lo spoglio si sia concluso nelle rosse Toscana, Umbria ed Emilia Romagna, il centrodestra continua a ridurre lo svantaggio. Con i risultati del Nord, la Casa delle Libertà compie un balzo fino a toccare il 48,50% contro il 51,50% dell’Unione. L’incertezza del risultato sorprende Gianfranco Fini in televisione, fa mordere le labbra a Pierferdinando Casini, ma soprattutto infervora il Cavaliere che sente vicino il sorpasso. Ancor più vicino quando a Piazza San Giovanni viene smantellato tutto e Romano Prodi posticipa la grande festa per la vittoria del centrosinistra. E’ nella notte, però, che arriva l’amara sorpresa finale: il pareggio. Per quanto riguarda la Camera dei Deputati, L’Unione con il 49,81% prevale sulla Casa delle Libertà che ferma la sua riscossa al 49,74%. Per il Senato della Repubblica la coalizione di Berlusconi supera il 50% e quella di Prodi si blocca al 48,96%. Per una complessa ridistribuzione dei seggi, figlia di un sistema partorito dal leghista Roberto Calderoli, il centrosinistra ottiene una risicata maggioranza in ambo le camere.

I dati sono definitivi: il centrosinistra ha vinto le elezioni politiche. Romano Prodi si dichiara pronto per governare e Francesco Rutelli cassa l’offerta di Große Koalition lanciata dalla sola Forza Italia. Fini, Casini e anche Bossi ammettono la sconfitta del loro schieramento. Non vuole ammetterlo, però, Silvio Berlusconi che definisce sospetto quel modesto scarto di poco più di 24’000 voti, ma eccettuato un tardivo ricorso alla Corte di Cassazione, la sconfitta è ufficiale. Sicuramente la sconfitta di Berlusconi o meglio, il mancato trionfo del centrosinistra è dovuto alla tendenza all’emotività dell’elettorato italiano. Sebbene la situazione economica non fosse disastrosa, a inchiodare Berlusconi sono state delle immagini. I caduti di Nassiriya per l’impopolare intervento in Iraq. Le piazze colme di insegnanti infuriati per la “Riforma Moratti”. I cartellini dei prezzi in Euro che ha reso, secondo molti, tutto più salato. Per Berlusconi la caduta dell’esecutivo di centrosinistra è imminente così come il ritorno del centrodestra al governo. Per il Cavaliere il doloroso pareggio del 2006 non è che un primo round.