Le mattine che viviamo sono ben diverse da quelle vissute da coloro che ci hanno preceduto. Non parlo di lontani avi, basta limitarci alla generazione dei nostri genitori. E’ chiaro, direte voi: i tempi cambiano, il pianeta si surriscalda e le mezze stagioni sono un lontano idillio bucolico. Ma ciò che davvero differenzia i tempi odierni da quelli passati è la più totale assenza di alternative. L’uomo moderno, citando la lungimiranza di Marcuse, è soffocato in un angusto spazio monodimensionale: quello del consumo, perimetrato dalla forma più spregiudicata assunta dal capitalismo fin dalla sua affermazione ottocentesca.

Con il crollo dell’URSS ed il disfacimento dell’assetto bipolare, l’unica alternativa al paradigma economico preponderante è di fatto venuta a mancare (per quanto già di per sé l’assetto bipolare indicasse una carenza di alternative). Il capitalismo ha inglobato il liberalismo, dotandosi di una faccia pulita e democratica da esporre in vetrina. Anche i più arditi avversari sono ormai convinti che esso crollerà per contraddizioni interne, affidandosi a prospettive oracolari della storia, senza di fatto “sporcarsi” le mani per riformarlo. “Il capitalismo è iniquo, brutto e cattivo, ma sicuramente meglio delle collettivizzazioni” è la risposta mainstream che va ad avvalorare la tesi esposta in precedenza sull’effettiva mancanza di alternative.

In questo panorama tutt’altro che vasto, la figura dell’intellettuale è assoggettata alla visione di insieme. Vi è un ritorno alla categorizzazione dei campi di competenza: l’intellettuale non invade il territorio dei tecnocrati. Si limita a descrivere la società civile, magari evidenziando ingiustizie e diritti violati. Può spingersi ad attaccare la classe politica per le sue inadempienze, o viceversa quelle della classe dirigente tecnocratica. Ma l’intellettuale, oggi, non osa descrivere il funzionamento effettivo del sistema, le dinamiche economiche e soprattutto non fornisce alternative. L’unica alternativa valida è quella esposta dai “tecnici”, coloro che sono competenti, coloro che ci salveranno, coloro a cui dobbiamo dare carta bianca. Volete sapere perché il capitalismo, contro ogni previsione, resiste florido? Perché l’alternativa tecnocratica sic et simpliciter coincide con quella politica.

Ezra Pound non aveva né una faccia levigata né una faccia democratica. Se il suo appoggio all’Italia fascista poteva passare per un peccato veniale, quello dato alla Repubblica di Salò lo condannò di fatto all’inferno: fu infatti internato in un ospedale psichiatrico. Della serie: sei pazzo a non essere democratico? Le sue idee politicamente scorrette gli pregiudicarono perfino la nomination al nobel. Per quanto persona “poco raccomandabile”, Pound andò oltre i suoi versi, ponendosi qualche domanda sul funzionamento dell’economia, non limitandosi a parlare di proletari o contadini ma di cosa effettivamente li rendesse tali.

Il suo primo ragionamento riguardò la creazione della base monetaria: si accorse (e questo ben prima della fine degli accordi di Bretton Woods) che le banche centrali avessero un potere indiscriminato di creare moneta, e quelle commerciali di elargirla. In ciò che sembrava un artificio esoterico, il creare qualcosa dal nulla, egli ravvisò una cosa sola: usura. Con la sola differenza che gli usurai prestano qualcosa di cui sono proprietari (seppur con qualche accantonamento etico), mentre le banche prestano qualcosa di cui non hanno la titolarità. Creò un nuovo termine, daneistocrazia, che vuol dire appunto il potere di chi presta.

Il suo appoggio al fascismo non era quindi paragonabile a quello dato da coloro che lo storico Renzo De Felice chiama fiancheggiatori, ovvero borghesi (e banchieri) spaventati dalle sommosse popolari e intenti saldare nelle mani di un esecutivo forte lo status quo. Le sue idee appoggiavano il fascismo primordiale, quello anticomunista ma al tempo stesso antiliberista, propositore della così detta terza via in ambito economico.

Pound non solo si addentra nelle dinamiche della creazione della moneta, ma propone anche delle sue intuizioni mai realmente considerate che al giorno d’oggi appaiono più rivoluzionarie che mai. E se invece di tassare la produzione, quindi il reddito, ovvero la parte più vitale dell’economia, si tassasse direttamente la moneta?

L’idea del poeta è quella di decurtare ogni mese  dell’1% il valore nominale di una banconota, applicandovi una marca da bollo. Ciò implica che dopo 100 mesi, la banconota è carta straccia. Pensate alle enormi quantità di riserve valutarie detenute dalle banche, molto spesso relative al mercato tutt’altro che limpido delle xenovalute. La daneistocrazia non sarebbe solo arginata, sarebbe sconfitta.

Lo Stato avrebbe un introito pari al 12% della base monetaria, ed eludere questo tipo di tassazione è concretamente impossibile. Immaginate: niente più basi imponibile, imposte sul valore aggiunto, cuneo fiscale e, cosa tanto cara agli italiani, nessuna imposta sugli immobili. Verrebbe poi a mancare il risparmio, che nel breve periodo (se ingente) può avere un effetto di tipo recessivo.

Nella concezione di Pound, lo Stato è creatore della ricchezza e deve avere risorse illimitate nello scacchiere economico. Sarebbe inconcepibile infatti considerare lo Stato come debitore verso soggetti privati (banche commerciali), dato che la moneta è una convenzione sociale di cui esso stesso è proprietario. Insomma, Ezra Pound ci mostra la figura di un intellettuale completo, che si spinge oltre la lirica per trovare quelle che sono delle vere e proprie alternative. Le alternative, infatti, esistono.

“Dire che uno stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri .”