In questi ultimi tempi si sta spesso dibattendo tra gli economisti e le principali testate economiche su quali siano gli effetti di una posizione dell’euro forte o meno forte rispetto al suo concorrente principale il dollaro.

E’ chiaro infatti che una politica economica avente come finalità e scopi due così diverse prospettive si tradurrebbe nell’immediato in due condotte politiche assai differenti: mentre la prima incentrata sulle importazioni e la produzione nazionale relegata a manodopera straniera in terre fuori dallo Stato, nel secondo caso invece si focalizzarebbe sulle esportazioni e su una produzione nazionale competitiva, dinamica e soprattutto a buon mercato (strategia in cui i leader indiscussi sono e restano i cinesi).

Tuttavia, un discorso di siffatto tipo non può non considerare ed essere basato su quali siano le necessità dell’Europa e soprattutto della zonaeuro, poiché molto cambierebbe per tutti quei Paesi che hanno deciso – più o meno consciamente – di adottare la moneta unica.

La presenza, infatti, tra i 27 membri di Paesi in forte crisi (più o meno ancora in recessione) certo muta il panorama che si potrebbe profilare: un’euro debole certamente aiuterebbe le imprese eurocomunitarie ad esportare i propri beni all’estero dentro e fuori l’Europa unita, così come aiuterebbe la crescita conseguente del Pil pro capite significando una diretta crescita della domanda aggregata; d’altro canto, però, un euro forte aiuterebbe a contrastare le ondate speculative che troppo spesso hanno colpito i Paesi in difficoltà sul mercato azionario traducendosi in pesanti perdite finanziarie, così come le successive ondate di instabilità politica.

È ovvio, del resto, che il resto del pianeta desidererebbe un euro che non fosse d’ingombro ossia che non nuocesse alle altrui esportazioni, pertanto che fosse forte a sufficienza per non tradursi in perdite da parte delle proprie imprese nazionali.

Politica, quest’ultima, che sembra trovare eco in Commissione europea e presso la BCE (formalmente non un organo della comunità), agendo anch’essa con prudenza rispetto al piano – adottato invece da Cina e FED – di immissione di liquidità nel sistema, intervenendo invece laddove altre opzioni risulterebbero inefficaci o meno produttive.

Quindi, la volontà di mantenere una moneta forte è evidente presso la maggior parte delle istituzioni comunitarie, tuttavia vi si dovrebbe domandare se un’ottica meno rigoristica e più ragguardevole nei confronti di dottrine meno ortodosse non si tradurrebbe in un vantaggio collettivo.