La scelta eurasiatica non è soltanto una visione geopolitica degli assetti mondiali, ma è anche la necessità di recuperare la specificità di ogni cultura, la pluralità delle tradizioni, i legami con la propria terra, la fine dello sradicamento a cui tendono mondialismo e alta finanza». Difficile sintetizzare meglio del filosofo Alain de Benoist l’asse portante del pensiero eurasiatico, tornato prepotentemente al centro del dibattito a causa degli sconvolgimenti di portata internazionale nella “terra di mezzo”: l’Ucraina. Tensioni ben lontane dall’essere sopite, e che si mischiano sul piano più evidente e superficiale a eventi quali le sceneggiate in salsa occidentale delle Pussy Riot e la chiusura dei McDonalds a Mosca. In definitiva, alle ben note frizioni tra scelta unipolare e scelta multipolare.

Non si può non parlare di Eurasia senza partire dal nome di Aleksandr Dugin, filosofo professore e politologo, presidente del Movimento internazionale eurasiatista, oltre che animatore di innumerevoli iniziative politiche e culturali (quella del Partito nazionl – bolscevico la più pittoresca). Al centro del suo pensiero vi è il concetto caro alla geopolitica di Eurasia, quell’entità continentale che studiosi quali Mackinder e Spykman hanno continuamente opposto alla potenza talassocratica oggi rappresentata dall’”isola mondiale” degli Stati Uniti d’America. Terra contro Mare insomma, per citare semplicisticamente il pensiero di un giurista di portata mondiale come Carl Schimtt. Proprio quest’ultimo è un nome di punta del bagaglio culturale di Dugin, in una lista che annovera in primis il pensiero tradizionalista di Evola e Guenon, insieme alla Rivoluzione conservatrice europea. In particolare nell’affascinante idea di «democrazia come partecipazione del popolo al proprio destino», secondo la grammatica di Arthur Moller Van Den Bruck.

Ma le teorizzazioni duginiane partono da lontano. Dalla critica all’occidentalizzazione nel periodo delle riforme di Pietro il Grande, fino alla riscoperta dei primi eurasiatisti come il linguista Nicolas Trubetskoy, l’economista e geografo Piotr Savitsky e il giurista Nicolai Alexeiev (i doveri al posto dei diritti). Protagonisti, negli anni Venti dello scorso secolo, di una vera e propria Rivoluzione conservatrice russa. Per via della loro critica all’universalismo e progressismo occidentale, e nell’appassionata riscoperta delle radici profonde della storia russa. Nel pantheon non si può dimenticare inoltre Fëdor Dostoevskij, il primo ministro zarista Petr Stolipyn e il filosofo Nicolaj Berdajev, teorizzatore di una “terza via” tra marxismo e liberalismo negli anni Venti, in inconsapevole sintonia con l’esperienza del fascismo italiano. L’interpretazione dell’URSS di Dugin è invece problematica. Se qualche aspetto sociale e di “politica di potenza” può essere per lui salvato, gli eccessi e il materialismo sovietico non possono che essere condannati. Diversi eurasiatisti, non a caso, subirono l’epurazione del regime. La lettura più critica, però, è riservato al periodo di Gorbacev e soprattutto di Elcin. Il crollo del gigante sovietico spianò la strada al liberismo, col risultato di portare il paese a un vero e proprio fallimento, economico e di sistema. La democrazia liberale e il suo seguito di privatizzazioni crearono disastri di portata epocale. Solo con Putin, secondo Dugin, si riuscì a voltare faticosamente pagina. Per questo il professore lo descrive come “male minore”, e ne elogia l’attenzione alla storia e alle radici del paese, la creazione di un rinnovato ruolo dello Stato e la lotta agli oligarchi (o perlomeno alcuni). Resistono però diversi elementi “liberali” nella cerchia e nella strategia del Presidente russo, e manca spesso una “chiara visione geopolitica”. Da qui il tentativo di Dugin di influenzare la politica del “nuovo Zar”. Con alterne fortune: le sue lezioni all’Accademia militare di Mosca e ai giovani di “Russia Unita” sono stati alcuni momenti significativi, a fronte del recente allontanamento dall’Università di Mosca.

Il sogno del filosofo, con tutti i suoi limiti ed eccessi, rimane comunque vivo più che mai. Il recupero del concetto di Impero e della nozione di “grande spazio” nel nome della missione della civiltà russa nel suo “estero vicino” si afferma come il cardine geopolitico dell’attuale costruzione teorica eurasiatica. Lanciata contro le interferenze planetarie statunitensi, i (falsi) diritti dell’uomo e l’economia di mercato, verso una democrazia sovrana, basata sulla «comunità organica, naturale e culturale». La sola che possa preservare l’identità russa e chiamare a raccolta i popoli contro il modello unico americano e i suoi teorici (Dugin ebbe modo di confrontarsi direttamente con Fukuyama e Brzezinski). In questo, il pensatore “ritaglia” all’Europa un ruolo fondamentale, a patto che sappia riscoprire le sue vere radici in opposizione a atomismo e materialismo. D’altro canto, per usare proprio le sue parole, «geopoliticamente parlando, la Russia e la Germania ci hanno sempre guadagnato quando si sono alleate, e hanno perduto tutto quando si sono opposte».