Due giorni fa mercoledì 24 aprile 2013 il “neo”presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito l’incarico ad Enrico Letta, nipote del Gianni Letta fedelissimo di Berlusconi, di creare un governo. Dopo Amato, Letta è stato definito come l’unico in grado di svolgere questo difficilissimo incarico. Incarico che era stato affidato al segretario del medesimo partito all’indomani delle elezioni e il cui risultato fallimentare ha portato alle dimissioni da capo del PD di Pier Luigi Bersani.

Enrico Letta è giovanissimo, ha solo 47 anni, eppure ha una carriera politica da fare invidia anche allo zio, molto più anziano: dal 1991 al 1995 è stato presidente dei giovani del PPI,; poi in campo europeo ha preparato i dossier per l’aggancio alla moneta unica, pupillo del celeberrimo ministro democristiano Andreatta, considerato una mente economica di primordine; nel biennio successivo è stato segretario generale del Comitato per l’euro del Ministero del Tesoro; quindi nel 1998 D’Alema lo chiama a guidare il Ministero delle Politiche comunitarie (stabilisce il record di ministro più giovane della nostra Repubblica, a soli 32 anni). Sempre con D’Alema e poi con Amato presiede il Ministero dell’Industria; nel 2006 approda alla presidenza del Consiglio come braccio destro di Romano Prodi e ci rimane fino al 2008, quando le nuove elezioni vengono vinte da Berlusconi e la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sembra essere di appannaggio della famiglia Letta, subentrando a Enrico lo zio Gianni. Nella stagione governativa dominata dal berlusconismo, Letta si dedica al PD, e forte di un notevole successo personale nella corsa alla segreteria in cui aveva ottenuto l’11% dei voti, viene nominato vicesegretario del partito. È la componente democristiana del partito di sinistra, l’ala democratica di quella sgangherata coalizione detta Partito Democratico che raccoglie tante anime, che si sono appunto viste disunite su tutto nell’elezione del Presidente della Repubblica ma unite nella certezza che solo insieme possono contare qualcosa. È l’agognato partito di natura socialdemocratica in cui la componente democratica ha le sue intrinseche viscerali radici nella sinistra della DC, la Balena Bianca che ha governato la Penisola da De Gasperi in poi per cinquant’anni, cui manca la forza di appiccicare il suffisso “social”, intriso invece della indistruttibile mentalità comunista dei funzionari provenienti dai ranghi dell’ex PCI.

L’ entusiasmo dei mercati si avverte già mercoledì quando la Borsa di Milano ha chiuso al 0,60% dopo una partenza burrascosa, lo spread continua a sgonfiarsi, seguendo il cammino già battuto dalla rielezione del Presidente della Repubblica che è sempre piaciuto all’Europa. Durante il suo discorso Enrico Letta dice molte belle parole per il bene dei cittadini, definendo il nascituro un governo di servizio al Paese. Eppure il pensiero di Letta per quanto riguarda gli aspetti economici ed europeisti si avvicina molto a quello dell’uscente premier Monti: “Occorre procedere a passi spediti verso gli Stati Uniti d’Europa, per superare l’ asimmetria tra l’integrazione sopranazionale della moneta e la perdurante frammentazione delle politiche fiscali ed economiche nazionali”. Dunque più Europa per combattere gli egoismi nazionali e rafforzare l’idea comunitaria consumatasi in questi anni.

Andando un po’ oltre la carriera politica di Enrico Letta ci si accorge come ha molti punti in comune con l’ex-premier Mario Monti. Il giovane premier incaricato è stato parlamentare europeo, di casa a Bruxelles insomma, come lo stesso Monti che è stato invece commissario, membri entrambi del gruppo Bilderberg, la sua visione europeista è molto simile a quella dell’ex-premier ed  infine entrambi sono stati chiamati da Napolitano per far fronte uno alla grave crisi economica del paese e l’altro per rispondere all’altrettanto drammatica crisi politica. Nei giorni successivi alle nomine di entrambi, i mercati e gli investitori hanno gradito le scelte di Napolitano