di Guido Franco

Il pensiero economico dominante prevede una ricetta unica, valida per tutti, per uscire dalla crisi finanziaria: controllo dell’inflazione, rigore dei conti pubblici, riduzione del debito, concorrenza (Principi del c.d. Washington Consensus). Non si tiene spesso conto però delle peculiarità che riguardano l’Unione Europea e l’Italia in particolar modo. Innanzitutto l’Euro si configura come l’unica moneta che non ha dietro di sé una vera e propria entità statale, con tutto quel che ne consegue a livello di velocità e coerenza decisionale; inoltre, mentre la politica monetaria è, come detto, gestita centralmente, ciascuno Stato gestisce la politica fiscale in maniera indipendente. Lasciando ad altra sede il dibattito su un’eventuale europeizzazione della politica fiscale, la contraddizione appare evidente: molto spesso in molti Paesi, politica monetaria e fiscale non sono state complementari come auspicabile. E questi problemi informativo-decisionali sicuramente influiscono a tenere sulle spine i mercati finanziari, che non riescono a formare aspettative coerenti.

In particolare il rigido controllo dell’inflazione anche in tempi di grave recessione economica probabilmente non giova in egual modo a tutti i Paesi europei. Seguendo il pensiero della Germania (pensiero sostenuto da quest’ultima più per motivi opportunistici che ideologici; infatti gli stati patrimoniali delle sue aziende e banche sono configurati in modo tale  che subirebbero gravi danni in caso di inflazione) si continua a considerare l’inflazione come il più grande di tutti i mali. Obiettivo prioritario della Bce è dunque il contenimento dell’inflazione, o meglio una stabilità dei prezzi definita come un aumento sui dodici mesi dello IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo) a livelli inferiori ma prossimi al 2%. Ogni altro obiettivo è subordinato al raggiungimento di quest’ultimo. Ma è veramente l’inflazione l’unico parametro fondamentale in una fase recessiva come quella odierna? E la mancanza di un prestatore di ultima istanza, pur eliminando problemi di azzardo morale e selezione avversa, non è forse causa di forte incertezza ed insicurezza? Similmente a quanto mostra la curva di Philips derivata, tra reddito e inflazione esiste una relazione crescente, il che implica che all’aumentare di una variabile aumenta anche l’altra. Si consideri una semplice funzione di costo , L = b ( y – y*) + z ( p – p*), che una qualsiasi banca centrale cerca di minimizzare ( y* obiettivo di reddito; (p*) obiettivo di inflazione).  Attualmente in ambito europeo il parametro b, che misura l’importanza attribuita al reddito nella valutazione delle scelte di politica monetaria, assume valori prossimi allo zero: pur di salvaguardare la stabilità dei prezzi si è disposti a grandi rinunce dal punto di vista del reddito.

Indubbiamente l’inflazione produce molteplici effetti indesiderabili: redistribuzione arbitraria del reddito (da percettori a reddito fisso a quelli a reddito variabile); perdita di valore informativo dei prezzi; incertezza nelle aspettative; fiscal drag (aumento sostanziale degli scaglione del sistema fiscale); trasferimento intergenerazionale di denaro. Sono certamente tutte conseguenze negative che è bene evitare in periodi di normale gestione della politica monetaria. Tali conseguenze avrebbero effetti deleteri in situazioni di elevatissima inflazione; non si parla mai invece dei possibili effetti positivi che potrebbe avere un processo di leggera accelerazione inflazionistica in una situazione come quella dell’Italia di questi tempi. La rigidità dei salari nominali (e dunque poi dei prezzi), o meglio la loro viscosità verso il basso, impedisce spesso di portare in equilibrio il mercato del lavoro, soprattutto tornando all’uguaglianza, tanto cara all’economia classica, tra produttività del lavoro e salario. Alzandosi il livello dei prezzi oltre le aspettative, si otterrebbe nel breve periodo una leggera riduzione in termini reali dei salari che ridurrebbe la disoccupazione. Soprattutto, in caso di inflazione, è evidente che la posizione del debitore migliori rispetto a quella del creditore: nel nostro caso, Stato e imprese, altamente indebitati, vedrebbero ridursi parzialmente il loro elevatissimo debito e potrebbero sbloccare progetti di investimento ora irrealizzabili ed emettere titoli a tassi più bassi, forti della riduzione nominale del loro debito. Maggiori investimenti aiuterebbero un’economia in recessione, oppressa da una nube di aspettative negative, a ricominciare a crescere. Una volta ripartita la crescita si potrebbe poi tornare ad una gestione più ortodossa delle variabile monetarie.

Non si vuole certo far l’elogio dell’inflazione, visto che risultati del tipo di quelli appena descritti avrebbero comunque netti aspetti negativi (su tutti, il fatto che l’inflazione è comunque una tassa a danno di creditori e cittadini, imposta senza alcun consenso politico), ma aprire gli occhi sul fatto che le soluzioni possibili da esplorare per uscire da questa recessione devono essere tutte prese in considerazione.

Nota del Direttore:

Il Trattato di Maastricht firmato a Bruxelles nel 1992 sigla una fase storica per i Paesi europei. L’articolo 104 di quest’ultimo impone agli Stati firmatari di richiedere prestiti presso le banche private (e quindi nei cosiddetti mercati finanziari) mediante tassi d’interesse colossali, mentre prima che entrasse in vigore, essi potevano fare domanda presso la loro Banca Centrale Nazionale (con tassi d’interesse a 0 per cento o a poco più). La doxa liberale esige che la Bce mantenga un tasso direttivo che sia pari o leggermente superiore allo 0 per cento in modo tale da ammanettare l’inflazione, tuttavia questo slittamento di prospettive ha generato un fenomeno economico perverso chiamato debito pubblico.

Si hai ragione Guido, dobbiamo tornare a giocare con i fili dell’inflazione piuttosto che gonfiare il nostro deficit statale. L’Eurozona si trova dinanzi a un bivio. O Francoforte assume il potere regale di uno Stato – battendo moneta (e prestandola di fatto a tassi d’interesse allo 0 per cento o poco più senza la mediazione dei privati) e dirigendo la politica fiscale – oppure dovrà essere Roma a riprendere in mano le redini dell’economica italiana.

Sta a noi decidere.

S.C