di Guido Franco 

Nonostante continui summit europei sull’economia, è stata un’altra estate di passione sui mercati finanziari. Attacchi speculativi hanno colpito duramente i Paesi più deboli dell’UE, su tutti Grecia, Spagna e anche la nostra Italia. Mentre la situazione greca suscita enormi preoccupazioni, viste le incredibili e gravi conseguenze di una uscita della Grecia dall’euro e l’enorme costo dei continui salvataggi effettuati fino ad ora, sembra che Spagna ed Italia possano farcela all’interno delle strutture di governance esistenti. La domanda che sorge spontanea è la seguente: Spagna e Italia ce la faranno, sono troppo grandi per essere abbandonate al fallimento, ma a quale prezzo? Il prezzo di cui tenere conto, oltretutto, non è solamente quello economico. Prezzo economico in ogni caso elevatissimo: i ripetuti interventi correttivi sui conti pubblici hanno conseguenze sociali incalcolabili e soprattutto un’efficacia limitata, a causa della mancanza di credibilità dell’euro dovuta all’inadeguatezza dell’assetto istituzionale europeo. Si parla meno invece, ed è l’obiettivo di questo breve articolo considerarne le caratteristiche, di quello che potrebbe essere il prezzo politico di tutto quel che sta accadendo sui mercati finanziari.

I mercati finanziari dettano l’agenda dei governi e ne determinano la credibilità: i governi sono ormai giudicati prevalentemente per la loro abilità nel contenere la portata di attacchi speculativi mirati e per la loro credibilità proprio sui mercati finanziari internazionali. I ritmi della democrazia sono influenzati, anzi, forse suona meglio alterati, dai ritmi della finanza. I ritmi della democrazia sono i ritmi della maggioranza, della giustizia, dell’uguaglianza; i ritmi della finanza sono spesso scanditi dalla legge del più forte (a livello economico, si intende) e dunque gestiti dai pochi e non dai molti. Non si può andare alle elezioni, perché le elezioni “turberebbero” i mercati. In casi particolari, come quello italiano, questo vincolo esterno può essere anche stato utile, ma non si può non considerare la sua erroneità teoricoideologica di fondo. Può apparire esagerato parlare di dittatura della finanza, ma la notevole influenza è innegabile. Ulteriore componente di questo prezzo politico è la continua cessione di sovranità all’Europa.

A livello teorico, nulla in contrario se l’Europa venisse riformata, divenendo una realtà politica coesa ed unita (una Federazione degli Stati Europei, sulla cui esigenza poi le opinioni sono le più diverse): sarebbe il popolo europeo a scandire i ritmi della democrazia europea. A livello pratico appare evidente come il potere sia sempre più concentrato nelle mani di pochi tecnocrati europei, nominati dai governi dei singoli stati e non eletti da noi europei, dato che il Parlamento Europeo, unico organo elettivo comunitario, ha sostanzialmente solo poteri consultivi. Si è sostanzialmente innescato un circolo vizioso di recessione economica e democratica allo stesso tempo; questi due diversi tipi di recessione si alimentano a vicenda e appare auspicabile, anche se al momento ancora molto difficile, trovare una soluzione che non potrà che essere drastica, direi quasi rivoluzionaria. La teoria economica molto spesso nella pratica ha dato risultati contrastanti; più che una scienza sembra un’arte oscura la cui gestione ottima richiede il susseguirsi di determinate circostanze, spesso non prevedibili. Piuttosto che avvitarsi lentamente su se stessi, tentare un colpo di scena e scommettere fino in fondo su di una soluzione nuova (non se ne suggeriscono in questa sede, data l’estrema complessità dell’argomento) è non solo auspicabile, ma doveroso.