A volte nella vita occorre prendere strade differenti, a costo di scindere legami indissolubili. In determinate circostanze, la scelta di allontanarsi potrebbe nuocere maggiormente a soggetti esterni che ai diretti interessati. Non preoccupatevi lettori, non avete sbagliato rubrica: non sono qui per rispondere ai vostri quesiti sentimentali, né per consigliarvi un buon avvocato matrimonialista. Sono qui per parlarvi di una delle scelte più nefaste dell’intera storia economica italiana: il divorzio fra Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro. Prima di iniziare è però necessaria una specificazione: i soggetti esterni di cui parlavo prima, siamo noi.

Come nei migliori film di spionaggio ambientati in piena Guerra Fredda, questa storia inizia con una lettera. A spedirla è l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, il 12 Febbraio 1981. Il destinatario è il governatore della Banca d’Italia che guarda un po’ è proprio Carlo Azeglio Ciampi, uno dei precursori del processo di integrazione monetaria europeo. Non si tratta di una singola missiva ma bensì dell’inizio di un vero e proprio scambio epistolare che porterà, proprio in quell’anno, alla decisione di scindere la Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro.

Non è una semplice scelta burocratica, è l’inizio di quel processo che porterà la Banca Centrale ad essere un organismo completamente indipendente dalla sfera politica, di fatto assegnandole un “quarto potere” non previsto in uno Stato di diritto. Dato che oggi il ruolo di Banca Centrale è assunto dalla Bce, che è un organo sovranazionale, è facile cogliere la diretta conseguenza di una tale scelta: un organismo del tutto estraneo allo Stato sovrano esercita su di esso un potere diretto che interferisce sui suoi processi decisionali.

Ma  solo analizzando la sfera economico-finanziaria la scelleratezza di una tale scelta appare limpida. Tale divorzio implica la perdita da parte della Banca d’Italia del potere di stampare moneta per comprare quei titoli di Stato rimasti invenduti dalle aste. Detto in modo spartano, lo Stato stampava moneta con la quale comprava il proprio debito, pagando gli interessi su quei titoli (interessi=debito) al Ministero del Tesoro. Un meccanismo efficiente, attuato tutt’oggi da paesi del terzo mondo come Giappone, Regno Unito e Canada.

Il masochismo italico di fatto consegnò il nostro debito alle banche commerciali, che tutt’oggi detengono gran parte dei nostri titoli di Stato. E secondo voi per banche commerciali intendo  le sole banche italiane, magari capaci di provare sentimenti umani quale la riconoscenza per gli innumerevoli salvataggi a carico di noi contribuenti? Certo che no, i nostri titoli furono acquistati in gran parte sia da investitori che da banche commerciali al di fuori dei nostri confini. Non c’è da arrovellarsi quindi se in poco tempo le banche commerciali tedesche riescano a mandarci sul lastrico esautorando il nostro parlamento. E non c’è da stupirsi se ad oggi quasi il 95% di Bankitalia appartiene al settore privato.

Aveva ragione Gramsci quando diceva che la storia insegna, ma le sue aule sono sempre vuote; tutto ciò fu fatto per entrare nello SME, il Sistema Monetario Europeo: un regime di cambio fisso fra le monete europee che di fatto è l’antenato dell’Euro. Uno dei parametri che già in quegli anni l’Europa esaltava era l’inflazione, a quel tempo (così come oggi) considerata una strega cattiva da annientare a costo di sacrificare i redditi dei cittadini. La storiella dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar terrorizzava i politici quasi più dell’attuazione di un’economia a piano quinquennale. L’ascesa di Hitler è colpa dell’inflazione, si sa. Fattori come la crisi del 29′ che portarono gli Stati Uniti a dissociarsi lentamente dagli obiettivi del piano Dawes (risanamento della martoriata economia tedesca dopo la Grande Guerra), o come le pesanti clausole del Trattato di Versailles imposte dalla Francia che di fatto negavano alla Germania di godere dei propri apparati produttivi, non contavano nulla.

Nelle accademie di economia di tutto il mondo, la prima relazione economica enunciata è quella che la politica monetaria espansiva ( stampare moneta) equivalga a produrre inflazione, responsabile dell’aumento dei prezzi e della relativa diminuzione dei redditi dei poveri cittadini, che porta alla destabilizzazione delle democrazie. Aiuto!

Nessuno tiene conto del fatto che un presupposto fondamentale del processo inflazionistico è l’eccesso di domanda, che una leggera inflazione è sintomo di un economia vivace e che soprattutto la relazione inflazione/salario dal grafico sottostante appare molto diversa. Allo scendere dell’inflazione sono scesi anche i salari, e tutto ciò casualmente inizia dal 1981. L’effetto domino è un must dell’economia, e allo scendere dei salari aumenta anche il tasso effettivo di disoccupazione poichè con salari più bassi i lavoratori perdono potere contrattuale. Tutto ciò non è qualcosa di empirico: la relazione tasso di disoccupazione/variazione inflazione (e quindi inflazione/salario) è presente nella famosa Curva di Philips, punto saldo della macroeconomia.

Andamento Salario/Inflazione

Senza parlare poi dell’aumento del debito pubblico che dal 1980 al 1996 è più che raddoppiato senza che la spesa una pubblica si innalzasse clamorosamente. Aumenti di questo tipo non c’entrano niente con tangentopoli e con il fatto che la nostra classe politica non sia da definirsi propriamente “stoica”. Nel frattempo il commissario agli affari economici e monetari Olli Rehn, in visita oggi a Roma, esprime il suo dissenso per l’eliminazione dell’Imu e minaccia la riapertura della procedura d’infrazione per il nostro paese. Credo fermamente che la visita di Rehn si sia limitata ai ministeri, o magari alle meraviglie architettoniche della città eterna e non abbia incluso le strade, e soprattutto la gente. Ma  che importa se un ex calciatore finlandese viene nella nostra capitale ad elargire minacce: in fondo l’inflazione è solo all’ 1,2% e a noi va bene così. Forse.