Nell’anno del Signore 2014, era il mese di marzo, alla domanda su che cosa si dovesse fare con gli 8 milioni di russi rimasti in Ucraina, il cadavere politico Julija Tymošenko rispondeva senza indugio che sarebbe stato necessario tirare loro una bomba atomica, “prendere le armi in mano e andare a far fuori i dannati kazap insieme con il loro capo”. Una chiarezza di intenti stupefacente, che non è però bastata a suggerire ai media nostrani chi realmente odiasse chi, ad Oriente, sulla frontiera eurasiatica. A distanza di pochi mesi, nella coprofagia ansiogena che ci caratterizza come consumatori di informazioni integrati nel sistema all news, avvertiamo la totale mancanza della percezione sia del reale che del tempo. Viviamo perciò in un presente abissale, che è il rovescio demonico dell’hic et nunc: è sincopato, ci schiaccia il grugno allo schermo del videofonino, come ad annegarci nel liquame di una fetida rappresentazione. E se al lezzo ci si fa pur l’abitudine, è di bocconi trangugiati avidamente che ne chiediamo ancora e ancora. Sempre più grandi, sempre più appetitosi.

E’ stata una settimana interessante, diremo che non ci sono certo mancate le occasioni per saziare questa nostra fame chimica. Il boccone più grande non poteva che servircelo un premio Nobel e a questo proposito come non parlare di Obama il Buono, il Presidente di Tutti, il Sempre Abbronzato? Mercoledì scorso, nell’ambito della 69° sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, il Presidente dell’Umanità ha deliziato la sua utenza con un ringhiato affresco che voleva rappresentare il mondo contemporaneo come essenzialmente libero e pacificato. Tuttavia, persisterebbero in esso alcune minacce, quali il virus Ebola, il terrorismo in Medio Oriente e la Russia. E’ curiosa la composizione di questo podio ma non stiamoci troppo a ragionare, limitiamoci a riconoscere l’eccellente prestazione del terzo classificato: sarebbe proprio la Russia il Grande Flagello dell’oggi, essendosi resa responsabile di una vera aggressione all’Europa.

Andiamo avanti e assaggiamo un secondo boccone, che questa volta ci viene gentilmente offerto da un altro Nobel per la Pace: Lech Wałęsa, człowiek z nadziei, l’Uomo della Speranza. Evidentemente ringalluzzito dalla canonizzazione del suo sodale Karol Józef Wojtyła, nazionalista polacco distintosi nella carriera ecclesiastica, Wałęsa ha ben pensato di attribuire il premio che porta il suo nome ad Euromaidan, il movimento simbolo della protesta in Ucraina. La motivazione è elementare: Euromaidan avrebbe dato speranza al popolo ucraino. E chi più dell’Uomo della Speranza potrebbe stabilire chi altro al di fuori di lui può dare speranza e a chi? Nessun altro, ovviamente. Ma non è finita, perché Wałęsa è un uomo generoso e ci imbocca ancora con una seconda cucchiaiata da assumersi ore rotundo. Dopo aver descritto Vladimir Putin come un uomo fuori dal tempo che crede più nei carri armati che non nella diplomazia, in un complesso di egocentrismo irriducibile, l’ex presidente polacco alza il ditino e lo tende minaccioso ai signori del Cremlino ricordando loro che il suo popolo non permetterà all’Orso Russo di posare le zampe in Polonia. Poi l’affondo, e senza accorgersi di essere caduto nel ridicolo, l’inossidabile fondatore di Solidarność avanza l’idea di prendere armi nucleari in leasing, per chiarire ai russi, una volta per tutte, l’intrepida fermezza del suo popolo.

Per oggi basta, siamo sazi. Non c’è più spazio per il vero nel nostro stomaco, a pochi interesserà sapere che nell’Ucraina orientale le milizie separatiste continuano a scoprire fosse comuni e che la notizia è confermata dall’OCSE. Non interessa a noi coprofagi, non interessa ai Nobel e ai nuovi santi. Posiamo il cucchiaio e balocchiamoci ancora una volta con il poetico. Guardiamo altrove, guardiamo alla piazza di Jesi che il 26 dicembre del 1194 vide i natali di Federico II di Hohenstaufen. Imperatore del Sacro Romano Impero, Re dei Romani, d’Italia, di Germania, di Sicilia, di Gerusalemme, di Arles. Non ricevette alcun Nobel ma realmente fu, su tutto, un uomo di pace.