Bisogna dirlo: la finanza non è nata l’altro giorno.  Si hanno notizie di grandi operazioni finanziarie, piuttosto che di boom o bolle speculative anche a metà ottocento, e prima ancora

di Guido Rossi

Premessa: per entrare direttamente nell’argomento occorre fare alcuni importanti passi indietro. Precedentemente alla globalizzazione, l’economia finanziaria non rappresentava che una scarsa percentuale del PIL mondiale. Quando si parlava di economia si intendeva ancora quella reale, un’economia in un mercato, un mercato specializzato soprattutto nello scambio di beni materiali.

Certamente esistevano degli strumenti finanziari, come i bond, tuttavia ogni operazione di questo tipo si muoveva prevalentemente al servizio dell’economia reale, e si trattava comunque di un numero di operazioni minimo. Ma nel 1994 le cose cambiano. A Marrakech, l’accordo WTO (World Trade Organization)  sancisce la liberalizzazione del commercio mondiale. Ciò che colpisce di questo “nuovo mondo” è l’inversione che si crea nel rapporto tra economia reale e massa finanziaria. Una massa abnorme, informe e maledettamente deregolamentata. Una massa che si stacca definitivamente dalla posizione “servile” nei confronti dell’economia reale – convalescente – per ottenere appieno l’indipendenza, con operazioni non più strumentali bensì autonome e fini a se stesse.

Bisogna dirlo: la finanza non è nata l’altro giorno.  Si hanno notizie di grandi operazioni finanziarie, piuttosto che di boom o bolle speculative anche a metà ottocento, e prima ancora. Tuttavia i nostri predecessori, a ben intendere, avevano reso quello finanziario un mercato via via più regolamentato. Cos’è cambiato oggi? Che i governanti occidentali, manovrati da palesi piuttosto che oscure mani finanziarie, hanno trovato brillante l’idea di deregolamentare questo mercato, di lasciarlo allo stato brado, ben sperando di incoraggiare queste operazioni.

 Risultato? Laddove decrescono le regole per la finanza, in maniera del tutto assurda e paradossale aumentano quelle per l’industria ed il settore manifatturiero, in particolare circa le imposte. Risultato? Future, forward, swap e chissà quale altra diavoleria a non finire, e non si tratta di nomi di detersivi, ma degli ormai “famigerati” derivati.  Risultato? Avrete sentito parlare di crisi ultimamente…

Come procederà la storia? Cammina, cammina e ci ritroviamo al 2008, l’anno della crisi, ma questo si sapeva già. Verrà allora sorvolata l’arcinota e comunque contorta questione dei mutui subprime. Si arriva così finalmente al nostro Financial Stability Board. Innanzitutto, di che si tratta? Sulla carta è un organismo internazionale con il preciso ed arduo compito di vigilare il sistema finanziario globale. Dovrebbe insomma – il condizionale è d’obbligo – come suggerisce il nome, riportarci verso la stabilità finanziaria. Sono passati cinque anni dall’inizio della “crisi”, e decisamente i risultati positivi si lasciano attendere.

Si dirà, citando ancora una volta l’ex ministro dell’economia Tremonti, che : “In realtà il FSB ha funzionato proprio perché non ha funzionato, anzi proprio perché non poteva funzionare! la sua vera funzione è solo quella di far guadagnare tempo strategico alla finanza, prima per sopravvivere e poi per tornare al centro della scena, esercitando come prima e più di prima il suo potere e non solo”.

Diciamolo. La situazione è da tempo insostenibile. Il mercato finanziario ed i suoi burattinai hanno cominciato a perdere credibilità ed il malcontento popolare comincia a serpeggiare. Ecco allora che la finanza con sorprendente teatralità riesce a recuperare credito, simulando di regolamentare e incatenare il suo cane sciolto. Una dimostrazione ? l’accordo di Basilea III.

A chi non ha avuto la disgrazia di dover studiare management finanziario si dirà banalmente che si tratta dell’ultimo di tre accordi presi per lo più in materia di requisiti patrimoniali delle banche, a garantire un loro più solido ed affidabile capitale e determinati coefficienti di liquidità.

Ciò che interessa però da ultimo sono le disposizioni prese circa la “leva finanziaria”. Si potrebbe definire come l’uso di diversi strumenti finanziari o di capitale preso in prestito per aumentare i potenziali rendimenti di un investimento. Facciamo un esempio: immaginiamo che uno speculatore voglia investire 1 euro in un titolo che può guadagnare ( o perdere ) il 20%. Se l’investimento ottiene il risultato voluto avrà 1,2 euro, altrimenti si ritroverà con 0,8 euro. E fin qui nulla di strano.

Mettiamo caso però che voglia rischiare di più ( e quindi potenzialmente ottenere maggior profitto). Oltre al suo euro ne prenderà19 inprestito. Stiamo per utilizzare una leva 20:1. L’investitore si ritroverà con 20 euro, che investirà completamente. Immaginando sempre un tasso del 20%, se le cose andranno bene si ritroverà con 24 euro; tolti da questi i 19 presi in prestito da restituire ( per facilita non vengono considerati i tassi di interesse relativi al prestito) rimarranno 5 euro, una cifra che come l’investimento sembrerà ridicola. Giusto. Immaginiamo allora speculatori – tra i quali anche le banche – che applichino lo stesso principio a investimenti importanti. Qui abbiamo usato poi una leva 20:1. si pensi che se ne possono utilizzare combinazioni differenti, e di entità maggiore.

Abbiamo visto poi soltanto il caso di investimento con risultato positivo. Ma se così non fosse? A registrare una forte perdita sarebbero tanto l’investitore quanto chi a questi ha prestato il denaro. Questo è quanto accade, in maniera assai semplificata, ai piani alti della finanza.

La leva finanziaria è stata dunque quella che ha permesso di sollevare la gigantesca bolla del debito. È una delle cause originali della crisi, ed andrebbe drasticamente ridotta. Bene! quindi l’accordo presupporrà per questa azioni repentine! No, ahinoi. I nuovi standard previsti saranno operativi soltanto dal 2018. E perché proprio la questione più importante viene ritardata il più possibile? Banalmente perché se da una parte la leva è tra le fautrici della crisi, dall’altra è anche all’origine di profitti di dimensioni bibliche legati alla speculazione, e di riflesso all’origine anche dei bonus banchieri.