Un e-book per ogni bambino africano; è soltanto l’ultima delle assurde iniziative che si susseguono nel continente più povero della terra. D’altra parte quasi ogni multinazionale che si rispetti deve poter vantare una missione benefica in Africa. L’iniziativa in questione ha portato poco più di mille Kindle, il lettore digitale commercializzato dall’Amazon,  in alcune scuole di Uganda, Kenya e Ghana.

Quella che passa per una “notizia” non è altro che una sapiente ma fastidiosa operazione di marketing. Ovviamente chiunque, o quasi,  leggendo il fatto avrà pensato a cosa possa servire l’apparecchio in un continente dove ancora si muore di fame tutti i giorni. In ogni caso il punto è evitare di parlare dei palesi e reali problemi economici dell’Africa e volenti o nolenti si finisce col non curarsene, almeno fintanto che sappiamo che una qualunque no-profit se ne sta occupando. Per dirla il più chiaramente possibile: finché vedremo la tenera foto di un bambino ghanese leggere su un i-pad possiamo anche fregarcene di tutto il resto che accade in Africa.

I problemi sociali, politici ed economici dell’Africa sono più o meno evidenti e conosciuti: si passa dalle cause storiche – colonizzazione e decolonizzazione – a quelle climatiche – forse la più importante anche se sottovalutata –  e geopolitiche, talvolta anche religiose o razziali. L’Africa è formata da cinquantaquattro paesi, venticinque dei quali sono i più poveri al mondo. Senza dover elencare la lunga lista nera dei dati economici del continente africano, quello più significativo e assurdo a mio avviso è il fatto che in quasi tutti i paesi il valore di mercato delle risorse presenti sul territorio è infinitamente superiore al valore del rispettivo prodotto interno lordo.

La vera notizia oggi è il silenzioso ma importante ingresso della Cina nel continente africano. Negli ultimi dieci anni Pechino ha raggiunto i 20 miliardi di dollari di investimento e ha stabilito rapporti commerciali e diplomatici con cinquanta dei cinquantaquattro stati africani. Con il Sudafrica, partner più importante, nel 2009 si è arrivati a 16 miliardi di dollari in scambi bilaterali e il volume degli scambi continua a crescere ovunque.

A chi parla di cinesi sfruttatori delle ricchezze del continente nero va ricordato che anche Europa e Stati Uniti fanno lo stesso. Il problema fondamentale quindi è che malgrado in Africa si importi ed esporti attivamente con Europa, Stati Uniti e Cina non vi è la capacità di commercializzare il tutto con un mercato interno; di questo si accusano principalmente i conflitti interni, la corruzione e la  mancanza di infrastrutture.

La Cina ha un  sempre crescente bisogno di materie prime, di energia e di alimenti. Ha fatto il suo ingresso in Africa senza una storia di dominio alle spalle, avvalendosi “solo” di denaro e progettualità. La loro strategia prevede non solo esportazione di merci, capitali, tecnologie e lavoratori in ogni paese africano ma anche il rapporto diretto con i governi e un incentivo allo sviluppo della sanità, dell’istruzione e delle infrastrutture.

Nell’ ultimo decennio di massiccia globalizzazione, di cui la Cina è solo l’ultima arrivata, è sorprendente come in Africa non siano stati fatti particolari miglioramenti in quasi nessun livello della società. Oggi si parla soprattutto di pace, senza la quale è impossibile un processo di sviluppo. Il problema è che la guerra e i conflitti – sempre in corso in Africa – sono causati proprio dai capitali di Stati Uniti, Europa e Cina. In un certo senso è come se nel mondo la globalizzazione avesse la necessità di una valvola di sfogo o di un contraltare ai benefici che tutti conosciamo (pace, democrazia e diritti umani), un luogo da cui sfruttare ogni singola risorsa, in cui la popolazione sia indifesa, per fare in modo che tutto il resto funzioni.