Dalle ultime dichiarazioni della Presidenza BCE si può facilmente osservare come il panorama politico istituzionale già abbia realizzato come, di fatto, l’attuale crisi in area euro sia sintomo di una problematicità a monte ancora non risolta e dalla cui soluzione è prevista la possibile uscita dalla recessione economica.

La BCE infatti ha recentemente spronato le istituzioni europee e gli Stati membri a procedere con quelle “unioni” politiche ed istituzionali che l’Unione Europea (ela ComunitàEuropeaprima) non hanno (ancora) realizzato, ossia l’unione finanziaria (con a capo un supervisore unico), contabile, economica (quindi in senso più ampio) e politica. Tradotto in pratica, l’Europa necessiterebbe di istituzioni con maggiori poteri per rispettare a pieno le indicazioni e le direttive economico-politiche provenienti dalla Banca Centrale, quindi sostanzialmente dalla Troika e in particolare dal FMI.

 Analizzata nel suo insieme, vi è poco di innovativo nella proposta o nell’ incoraggiamento prospettato, in quanto principalmente specie negli ultimi anni si era ampiamente compreso come molto danni attualmente verificatisi si sarebbero potuti evitare nell’assenza dell’attuale situazione alquanto “ibrida” di unione europea, intesa come unione monetaria e unione istituzionale sovraordinata. Pertanto, nell’attuale equilibrio politico istituzionale sono moltissime le falle e le mancanze di potere che un reale governo centrale potrebbe fare e parimenti moltissimi sono i ritardi provocati da una BCE con limitati poteri sulle economie nazionali come quelli attuali.

 Pertanto bene auspicala BCEnel chiedere la realizzazione di quelle “4 unioni” ancora mancanti, se non fosse d’obbligo un ulteriore interrogativo, ossia sul senso medesimo dell’unione stessa, la quale in questo modo altro non farebbe che porre tutti gli Stati sotto la pressione della scuola neo-liberista rendendoli inermi di fronte al suo pensiero economico autore dell’attuale crisi economica.

 

Da una parte, infatti, si potrebbe porre il pensiero del paradigma dominante il quale vuole convincere il cittadino di uno Stato membro riguardo all’”unione mancata”: il sistema così come congetturato funziona, ma l’attuale crisi è dovuta al fatto che non si è realizzato nel modo corretto, ossia potrebbe funzionare meglio: si rivedano le procedure seguite e si realizzi appieno quanto programmato; dall’altra, diametralmente opposta, si colloca un indirizzo sicuramente meglio avveduto il quale reputa erroneo non le modalità procedurali d’applicazione, ma la teoria stessa, ossia la scuola neo-liberista autrice dei problemi odierni.

 Quindi la discussione circa l’unione potrebbe passare in secondo piano se si incentrasse il discorso e si capisse come sia l’attuale teoria economica risulta ed è risultata fallace, sia come la posizione attuale dell’asset comunitario è profondamente deleteria, in quanto compromesso e via di mezzo tra un federalismo europeo e un prudente confederalismo frutto della paura di sovranità degli Stati.

 Si può facilmente notare quindi come gli auspici di Francoforte altro non siano che un invito a porsi con cieca fiducia nelle mani della teoria economica neo-liberista padrona delle istituzioni europee, probabilmente ultima manovra per impedire a tutti gli Stati dell’Eurozona di uscire dalla recessione in tempi brevi e sperare in un futuro prospero a dispetto del pareggio dei conti nei registri contabili nazionali, oggi più importanti non solo della salute economica dei cittadini, ma pure di quella degli Stati.

 Quid quando si comprenderà che il debito può essere un utile strumento da sfruttare e non un nemico da abbattere ?