Sono trascorsi 55 anni da quel primo gennaio 1959, quando, nel parco Cèspedes dell’Avana, Fidel Castro proclamava la fine della dittatura di Fulgencio Batista. Nello stesso parco, quest’anno, a celebrare un anniversario di estrema importanza, non c’era il Lìder Maximo ma suo fratello Raul, dal 2006 a guida del paese. La ricorrenza non può essere liquidata come la solita e triste commemorazione con generali e colonnelli attempati, gonfi di medaglie, emozionati nel ricordare la loro gloriosa giovinezza; è qualcosa di più, ora che Cuba si sta avviando lentamente verso la fine del sogno castrista rivoluzionario.

La gloriosa rivoluzione, che trasformò un’isola dei Caraibi da dependance dello Zio Sam a baluardo contro l’aggressione yankee nel mondo latino-americano, sembra un ricordo lontano. Le ultime riforme economiche attuate dal congresso del PCC e promosse da Raul Castro, stanno man mano cambiando Cuba, avvicinandola sempre di più alla Cina e a quel regime economico misto a metà tra pianificazione e capitalismo, tanto caro a Deng Xiaoping e ai detrattori del socialismo, Washington in testa. Ma non tutti sono dello stesso avviso. Si è creato un vero e proprio dibattito sulla questione, dove sta andando Cuba? Si sta realmente allontanando dal modello socialista e avvicinando al modello cino-vietnamita di “capitalismo di stato”, oppure si sta solo riammodernando dando vita ad un “socialismo 2.0”, con meno burocrazia e più autogestione, dando più potere alle cooperative? Difficile dirlo adesso, certo è che Cuba negli anni ha perso tante delle sicurezze sulle quali si reggeva il suo modello di sviluppo.

Se fino a vent’anni fa a sostenere l’economia dell’isola era l’URSS, nell’ultimo decennio questo ruolo era stato assunto dall’alleato e amico Hugo Chavez, la cui morte è stata un duro colpo non solo per l’anziano Fidel Castro, legato al venezuelano da un’amicizia sincera e fraterna, ma per tutto il popolo cubano. A frenare il “normale” sviluppo dell’isola è stato però sempre e solo l’embargo americano. Una misura criticata anche dalle Nazioni Unite, che ha costretto Cuba a vivere come se il tempo si fosse fermato e che le ha conferito quell’aspetto folkloristico, con i palazzi del lungomare del Malecòn cadenti e le auto anni ’50, ormai simbolo del paese. Tornando alle riforme economiche del governo di Raul, non può non essere citata l’unificazione monetaria. Con un decreto l’esecutivo ha posto fine alla doppia circolazione, unificando il Peso Comune al Peso Convertibile. Misura, quella dei due pesos, che aveva creato una fortissima disuguaglianza sociale, con una Cuba legata agli stipendi statali, pagati in Peso Comune, e l’altra, quella del turismo e degli affari con l’estero, che svolgeva le sue attività con il Peso Convertibile. Inutile dire che chi possedeva la seconda era notevolmente avvantaggiato e godeva di una miglior condizione economica. Un tradimento bello e buono dell’uguaglianza socialista quindi, secondo molti. In realtà pochi sanno che la misura fu resa necessaria dalle circostanze storiche.

Nel ’94, con la fine del comunismo nell’Europa orientale, Cuba aveva perso gran parte del sostegno economico e attraversava una gravissima crisi economica, in più le misure di embargo del dirimpettaio statunitense non aiutavano di certo, fu così che Castro si vide costretto a introdurre la doppia circolazione per salvare il salvabile. Una domanda a questo punto sorge quasi spontanea: che fine ha fatto la Rivoluzione Cubana, il sogno di Fidel Castro e Che Guevara? Probabilmente la carica rivoluzionaria si è spenta già da un bel po’ di tempo e le circostanze dell’ultimo quinquennio, “quello delle riforme” di Raul Castro, ci portano sempre più verso la fine dell’esperimento rivoluzionario. Certo, Cuba non è la Cina, ha imparato molto dalla caduta dei comunismi europei e difficilmente si farà trascinare nel vortice delle privatizzazioni indiscriminate, anticamera di un totale fagocitamento nel sistema capitalistico.

Forse, a “salvare” Cuba non sarà la vecchia nomenclatura, troppo legata all’immagine romantica della rivoluzione, probabilmente saranno i figli della rivoluzione che la salveranno dalla globalizzazione e dall’inserimento in quei meccanismi di potere che stanno facendo rimpiangere il vecchio socialismo a mezza Europa. L’economia cubana ha bisogno di una scossa, anche se bisogna ricordare che tante delle conquiste sociali, come l’ottima situazione della sanità isolana, sono figlie della rivoluzione castrista. La soluzione ai mille problemi del paese non possono essere solo ed esclusivamente l’avvio delle privatizzazioni e le riforme in stile cinese, il vero ammodernamento del paese passa solo attraverso la fine dell’embargo, ma per ora non sembrano esserci aperture in questo senso, nonostante le strette di mano sudafricane.