L’incalzante disagio sociale è il prodotto consequenziale di una penuria di impieghi inquietante, che in percentuale si sostanzia come la più opprimente degli ultimi venti anni, ed è vettore di trucidi accadimenti di frequenza quotidiana: le proiezioni di uno scoramento dilagante e perpetuo, sul quale sembra non ci si adoperi per rinsaldare, sono evidentemente piatto ricco per gli sparuti e deliranti talk-show e testate in generis, che occupano i loro spazi televisivi e le colonne di competenza rigurgitando con proselitismo consumato pareri a destra e a manca senza però giungere ad una conclusione specifica, per timore che la stessa possa irretire l’editore di turno ed essere eterogeneo all'”accezione” di quest’ultimo.

Peccato che ai garanti dell’informazione nostrana sia sfuggita una decisa presa di posizione di un soggetto direttamente e storicamente coinvolto nelle dinamiche produttive italiane, che in un periodo del genere e in qualsiasi angolo dell’occidente farebbe scappare un plauso perfino al più composto e rigido dei cittadini: Carlo Vichi, aziendalista grossetano e fondatore della Mivar, dal 1945 maggiore catena di apparecchi radiotelevisivi del Bel Paese, subissato dalla iniqua concorrenza giapponese e coreana decide di porre in essere una lodevole e concreta intuizione, ossia l’affitto pro bono della sua fabbrica ad una società dall’accertata serietà a patto che la stessa assuma 1200 italiani, possibilmente residenti a Milano e nella fattispecie ad Abbiategrasso, ove è locata la sede operativa. Che gli sciacalli e i fomentatori della gogna mediatica non abbiano speculato su una notizia così ghiotta, è pressoché inusuale: innanzitutto poiché se polveroni di polemica si fossero voluti sollevare si sarebbero potuti dispiegare in modo sciolto sulla non convenzionale (e per questo degna di nota e di stima) ondata di nazionalismo che ha veicolato Vichi nella delibera di qualche girono fa, magari additandolo come il fascista di turno e lo squadrista xenofobo piuttosto che rimarcare la desueta abnegazione alla ripresa statale ed imprenditoriale. Bensì tutto ciò non è stato, non perché non fosse appetibile lo scoop ma perché avrebbe avuto ritorsioni lapidarie qualora un qualsiasi quotidiano o Tg avesse soltanto osato approfondire la questione: se si fosse concretizzato lo scenario esposto qualche riga più sù, la già flebile credibilità di un inefficace apparato istituzionale – e questo non vale esclusivamente per l’attuale compagine di governo, ma anche e soprattuto per i due esecutivi antecedenti – sarebbe stata minata, l’interesse collettivo sarebbe stata sviato dalle responsabilità che avviluppano Palazzo Chigi e l’azione sulle logiche di collocamento del capitale umano avrebbe addotto alle solite menzogne sulla impossibilità di abrogare la riforma Fornero del 2011 e di riaffidare in mano alle piccole e medie imprese, spina dorsale di un’economia solida e rappresentazione dell’attestato Tricolore d’eccellenza all’estero, il boccino gestionale delle assunzioni; tralasciando inoltre il fatto che si “rischiasse” di sottolineare l’immobilismo totale sul ridimensionamento del cuneo fiscale e sul frangente IRAP.

L’aspetto che dovrebbe sgomentare gli animi è che un annoso imprenditore, forse il più longevo tra quelli attivi nel campo dell’elettronica e tenendo conto che abbia speso circa 200 miliardi del vecchio conio per il perseguimento del progetto, tenti di ovviare alle mancanze amministrative e responsive della politica con una proposta semplice e alla stregua spiazzante, scevra da arzigogolati cavilli tecnocratici: il destino della Mivar giunge al termine in modo turpe, ma è rinfrancante sapere che personalità della taratura di Vichi possano intensificare ed in alcuni casi indottrinare alla buona e nobile arte del lavoro. Onore a te, Carlo: grazie di tutto, è stato bello.