Un fenomeno che sta emergendo, e che i “pirati” del marketing tengono ad esaltare, è il fatto che i consumatori sembrino essere maggiormente consapevoli delle caratteristiche di un prodotto e delle varie offerte su di esso, tanto che –a quanto pare-  nel circa 70% dei casi i compratori ben prima dell’acquisto hanno già raggiunto una informata decisione.

Questa più ampia “conoscenza”  sarebbe possibile grazie –ancora una volta- alla vastissima diffusione di smartphone, tablet, aree wi-fi e a tutta quella sterminata serie di gadget avveniristici, tecnologici e perfettamente inutili. Per questa via sembra dunque andando diminuendo il divario tra la posizione assolutamente svantaggiata di numerosi acquirenti e quella di soggetti economici di contro in possesso di maggiori informazioni. Bene! O no?

Perché un altro fenomeno segue di pari passo quest’ultimo, in maniera del tutto evidente ma anche volutamente arginata: in un tale quantitativo esasperato di dati (siamo o non siamo nell’era dell’informazione?) gli unici elementi che vengono veramente colti sono tra i più futili.

Ci si fermi un secondo a pensare: blog culinari, format televisivi sul “make up” e su spose obese, sconti su telefonia e computer, bambini storditi notte e dì da schermi perennemente accesi, in casa, al parco, ovunque. Da ebay a groupon, dai social network a tripadvisor, sappiamo esattamente dove trovare la migliore pizza napoletana, l’albergo più conveniente, la vecchia radio del nonno in vendita. Dal feedback di un utente possiamo sapere chi sia affidabile o meno, e questo per il malsano e impersonale rapporto interattivo del quale giustamente non ci si può fidare, mancando di un colloquio, un contatto, l’elemento base che è l’incontro.

Che dire invece delle informazioni che dovremmo ben tener d’occhio? Su quelle nessun pericolo, vengono anch’esse regolarmente fornite, peccato che nessuno ci badi poi troppo. Che si tratti dell’unione bancaria, dell’european redemption fund o della privatizzazione a livello mondiale dei settori chiave, ciò che preoccupa è forse, più che questi crimini legittimati, il fatto che nessuno se ne curi affatto, lasciando a pochi il mondo “chiavi in mano”.

Ecco che allora le industrie digitali e mediatiche si amplificano a dismisura offrendo “lavori” vergognosi che, oltre a concedere misere paghe, appiattiscono ancor piu l’ormai sottile patina che un tempo fu materia grigia. Proprio le multinazionali intanto, da quel mal pagato e ben sfruttato lavoro hanno introiti spaventosi, dovuti agli stessi lobotomizzati che accorrono a frotte verso la loro unica grande droga del consumo.

Tutto ciò si riflette pericolosamente sul mondo occupazionale, in quanto la “modernizzazione” del lavoro porta irrimediabilmente verso mestieri sempre più digitali ed alati, meno pratici, servizi su servizi, ovvero l’inutile fine a se stesso, e la sua divulgazione piu totale. Mestieri che si fanno sempre più “social”, e meno sociali.

A questo si ricollegano anche le famose start-up, le “imprese innovative ed ambiziose con grandi potenzialità di crescita”, delle quali spesso si lamenta lo scarso interesse e la poca attenzione fornita dalle istituzioni, sebbene possano rappresentare (e qui nessuno vuol negarlo) quell’innovazione che a volte le nostre stesse imprese necessitino. Peccato però che queste imprese “2.0” generino solitamente pochi posti di lavoro (quando non chiudono), e mentre si urla al delitto dei mancati interventi statali a loro beneficio, migliaia di imprese nostrane falliscono ogni mese, e con esse altrettanti e più lavoratori costretti ad un precoce rincasare.

Ma perché lamentarsi? In fondo l’asimmetria informativa tra noi (non uomini ma ocnsumatori) e venditori è diminuita enormemente, e qualora taluni dubbi dovessero comunque sussistere potremmo affidarci ai servigi di nuove figure professionali atte alla bisogna. Sappiamo e sapremo sempre quale sia il miglior prodotto (sempre ovviamente stando a quanto ci venga detto); ci fermeremo mai a guardare il mondo circostante? Nella culla del falso benessere cresce il nostro infante (e infame) gene egoista ed ignorante.