Il Mediterraneo non è solo la culla della civiltà. Per molti europei del Sud è anche una miniera blu. Uno dei pochi mezzi di sostentamento che ha attraversato 3 ere diverse: quella legata alla glaciazione, quella legata all’industrializzazione e quella legata alla stagione delle guerre. Ma c’è un’era che sembra quasi fatale, ormai, per il Mar Mediterraneo. E’ l’Era di Bruxelles. Messa in ginocchio da restrizioni irrazionali, le economie ittiche di Regioni come la Sicilia e la Calabria stanno attraversando il momento peggiore della loro esistenza millenaria. In ginocchio sono finiti i pescatori di sarde e acciughe in Sicilia. Questa tipologia di pescato comincia a scarseggiare perché preda preferita dei tonni.

Questi sono in sovrannumero a causa delle direttive europee che hanno ristretto la pesca del tonno a solo un mese l’anno. Alcune aziende di trasformazione cominciano ad avere problemi, tanto che acquistano grosse partire di sarde e acciughe provenienti dal Tirreno o dall’Adriatico o addirittura da Spagna e Francia, con un considerevole aumento dei costi. Altre ditte hanno chiuso preferendo delocalizzare la produzione in Tunisia, Algeria e Marocco, Paesi che, esenti da restrizioni burocratiche, pescano forfettariamente e rivendono altrettanto forfettariamente sul mercato. Loro sono i nuovi leader della pesca grossa, quelli che dettano legge senza farsene dettare. Sull’altra sponda del Mar Nostrum, chiedono aiuto i pescatori di Sciacca (Ag), marineria specializzata nella pesca di sarde e acciughe, che hanno chiesto sostegno al governo della Regione Siciliana.  “Il mare di Sciacca è pieno di tonni, anzi è tutto tonno – dice Gaspare La Rocca, armatore – non c’è più pesce azzurro, da due o tre anni, quando l’Ue ha deciso di limitare a un mese all’anno la pesca del tonno, questi sono aumentati in maniera esponenziale”. Sciacca è famosa per avere una tradizione nell’industria ittica, nata proprio perché il Mediterraneo è sempre stato molto pescoso.

Fino a cinque anni fa c’erano 40 aziende con in media 60-80 dipendenti, oggi ne sono rimaste una ventina. Questo è il feedback dei pescatori siciliani che recentemente, in occasione del meeting milanese per la promozione del prossimo Expo, sono stati “riconosciuti” come esempio positivo di pesca intelligente ed avanzata, come il porto di Mazara del Vallo, vero faro della speranza nel settore e avanguardia della tradizione ittica dell’Isola. I numeri ce li dà la Guardia Costiera: dal 2001 a oggi le quote di pescato sono state drasticamente diminuite del 55%. Lenta e inesorabile progressione burocratica post-Maastricht. Ma per la Sicilia, tutt’oggi, la pesca rappresenta da sola il 40% del profitto medio annuo della popolazione con 3300 pescherecci (il 24% della flotta nazionale). Numeri che galleggiano sul tavolo del Governo Crocetta e dell’Assessore Cartabellotta che più volte ha ripreso Roma per la mancata imposizione nei confronti dei gerarchi europei. Ma chi sono questi nemici d’Oltralpe? Sono i burocrati formatisi tra le leve della destra nuova europea, quella filo-ambientalista, abituata a considerare le nostre tradizioni troppo macabre. Ma la mattanza del tonno, il vero fulcro della cultura popolare sicula lontana dalle lupare e dai vari set di Coppola, si è estinta neanche vent’anni fa, a riprova di come la pesca del tonno, lentamente e tristemente, abbia praticamente sfumato le luci che illuminavano da secoli le tradizioni ittiche del Mediterraneo. Il problema è che i nostri mari non sono freddi e non sono “oceanici” che basta spostarsi per trovare merluzzi e tonni gialli. Qui si campa con poco e i confini nazionali, soprattutto nel sud dell’Europa, sono tangibili più che mai.

Nel mare africano, infatti, non si può pescare. Mentre invece sappiamo come i pescatori danesi si spingano fino all’Islanda per riprendere le loro ricche nasse. Qui si lavora nello stretto, per usare un paragone calcistico e mentre i siciliani devono fare i conti con le leggi europee, a poche miglia i pescatori tunisini se la ridono e pescano senza criterio tutte le taglie di pesci. Basta andare a Malta, isola anglofona lontana dagli aliti europei, per rendersi conto che lì, l’ittiofauna, è sfruttata ai limiti del buon senso. Pensate la frustrazione di chi quei mari li conosce e li naviga da decenni. Un tempo il Giappone pagava a peso d’oro i nostri tonni. Oggi il primo Paese importatore di tonni rossi fa affari con Malta e con Tunisi. Grasse pernacchie ai siciliani. All’inganno si aggiunge la beffa. Nelle nostre coste i tonni trovano riparo e non potendo essere pescati aumentano di numero e si mangiano i pesci più piccoli, quelli azzurri, di cui i pescatori locali ci vivono.

Una pesca distrutta, rasa al suolo in tutti i suoi schemi. Il nostro mercato ha iniziato a importare tonni dal Mozambico per poterli consumare! La debole iniziativa della De Girolamo, a giugno, ha appena scalfito questo sistema che non riguarda solo i tonni rossi ma anche il pesce spada, per esempio. La stessa Guardia Costiera italiana ci ha confidato sottovoce, che loro spesso a malincuore sequestrano quantità tali di pescato da parte dei “nuovi” bracconieri del mare, che altri non sono se non i nostri vecchi padri stremati e delusi, prossimi a un’amara conclusione del loro viaggio nel mare più bello del mondo. Questo perché la balena bianca ha trovato riparo tra gli incartamenti dei burocrati di Bruxelles, Acab e Ismaele sono ormai in pensione e Pirandello si è dato alla politica…