La Cina, oggi riconosciuta dal mondo come una grande potenza capitalistica legittimamente paragonabile a quelle occidentali, fu teatro, a fine anni 60 del secolo scorso, di un’esperienza rivoluzionaria unica nel suo genere: la rivoluzione culturale. Negli anni ‘50, la neonata Repubblica Popolare Cinese tendeva a contestare lo status quo internazionale, sostenere i movimenti rivoluzionari del mondo e a porsi come guida dei paesi in via di sviluppo in lotta contro l’imperialismo. Ciò inasprì fortemente i rapporti con l’URSS, che rivendicava il ruolo di rappresentante del modello comunista e di centro della rivoluzione. In campo economico, la Cina comunista aveva nazionalizzato i settori industriale e commerciale e aveva proceduto alla colletivizzazione dell’agricoltura. Ma se risultati eccellenti si riscontrarono nel settore industriale, con una crescita alquanto rapida, il settore agricolo stentava a decollare. Cosi’, Mao Tze-Tung, leader del Partito, nel maggio 1958, decise di varare un piano, al fine di rilanciare la produzione agricola, chiamato “grande balzo in avanti” che ebbe risultati a dir poco fallimentari. Con la popolazione in preda alla disperazione dovuta alla carestia e con i rapporti sempre più glaciali con l’Unione Sovietica, riprendevano vigore le speranze delle correnti più moderate, sostenitrici di un maggiore equilibrio tra scelte politiche ed economiche, decise a prendere il potere. Fu così che Mao ricorse a una forma inedita di lotta per rafforzare la sua leadership: la mobilitazione delle masse giovanili contro le strutture del partito stesso. Una rivoluzione nella rivoluzione insomma, per riportare in auge l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista.

 

Il Gran Timoniere, come veniva denominato, diffuse e promosse il mito della purezza ideologica, convinto che, cancellando le sovrastrutture culturali e ripristinando la coscienza proletaria, avrebbe superato ogni ostacolo alla realizzazione del comunismo. Lanciata il 16 maggio del 1966, un articolo datato 1°giugno intitolato “Spazzar via tutti i mostri!” annunciò l’avvento di un’immensa ondata rivoluzionaria, culturale appunto, perché funzionale a un’opera di vera e propria sostituzione violenta degli usi e costumi precedenti con la creazione di nuovi. Gruppi di giovani armati, le Guardie Rosse, intraprendevano così irruzioni nelle università, negli uffici, nelle fabbriche, dove sequestravano professori, artisti e intellettuali per mandarli in campi di rieducazione. Ma l’enorme costo di vite umane e il rischio di irreparabili fratture nella base comunista indussero Mao, nel 1968, a compiere un passo indietro e limitare il movimento, al punto che le guardie rosse furono allontanate dalle città.E da qui che iniziò il processo di involuzione della rivoluzione, dapprima tramite una politica di normalizzazione, indispensabile per uscire dall’isolamento economico e diplomatico, e poi, dall’apertura agli Stati Uniti, impensabile solo pochi anni prima, e con l’ingresso nell’ONU.

 

Oggi della rivoluzione culturale di Mao è rimasto ben poco, forse solo la gigantografia del Gran Timoniere a Piazza Tienanmen, simbolo di una venerazione di facciata. La Cina è forse l’unico paese del globo che non ricorda in alcun modo quella rivoluzione. Oggi, nonostante l’opposizione politica organizzata non sia ammessa, è possibile criticare ed esprimere opinioni (sempre entro i limiti della “sicurezza dello stato”), inimmaginabile ai tempi della rivoluzione dove ogni pensiero era strettamente soggetto a controlli serrati.Ma ciò che più sorprende è che questo immenso paese, narcotizzato dai consumi, e coinvolto in un capitalismo sempre più sfrenato, sembra non voler ricordare, per non ricacciar fuori fantasmi del passato, infittendo sempre più quell’alone di mistero che ricopre dieci anni di storia cinese. Tutti coloro che sanno o che hanno visto preferiscono non ricordare, chi non ha mai saputo preferisce non sapere. Ricordare, indagare, approfondire sembra essere la più sconveniente delle mosse ai vertici del Politburo e non, per non screditare un sistema, che, basandosi su un vero e proprio capitalismo di stato, riesce a mantenere stabile un quarto della popolazione mondiale.